VINTAGE SOUL FENDER

Di solito le conferenze e i discorsi si aprono con un “sarò breve!” Io, in questo caso, farò un’eccezione, perché quello che ho realizzato in 25 anni è frutto di tantissimi sacrifici e fatiche…

CONOSCI LA STORIA DI FLAVIO CAMORANI

Era il 1950 quando per la prima volta comparve una chitarra elettrica in un negozio di strumenti musicali, quella data segnò l’inizio della musica moderna.

A generarla fu il rivoluzionario Leo Fender, fondatore dello storico marchio Fender con sede in California (USA), la sua innovazione fu nel creare strumenti semplici e pratici, funzionali a tutti i musicisti.

Sinonimo di qualità, ecletticità ed artigianalità, la Fender Factory divenne leader mondiale della musica, creando strumenti musicali tutt’ora in uso; produsse la prima chitarra elettrica e il primo basso elettrico della storia.

Il Museo Fender ripercorre il periodo d’oro della Fender mostrando tutti i modelli di strumenti elettrici ed amplificatori costruiti dal 1946 al 1974 anno della sua cessione ad altra società.
Un viaggio imperdibile all’interno della storia della musica rivolto a tutti gli appassionati, un viaggio di colori, profumi, vibrazioni ed emozioni anche ad occhi chiusi.

ORGANIZZATORE

Il Museo Fender Vintage è la mostra di tutti gli strumenti a corde solid body ed amplificatori prodotti dalla storica Fender Factory raccolta da Flavio Camorani e Michela Taioli per Prisma Melody.
Tale Progetto costituisce un unicum in quanto non si perviene in tutto il mondo una così completa ed accurata collezione e rappresenta una novità del panorama artistico-culturale di livello mondiale.

Gli oltre 100 esemplari, corredati di originali custodie, sono stati riuniti in oltre trent’anni di meticolosa perizia e passione, esposti al pubblico con rispettive targhette identificatrici in ordine cronologico e filologico, ideata per far rivivere sonorità ed emozioni che hanno accompagnato un’epoca indimenticabile.

Cataloghi, manifesti, documenti, memorabilia e fotografie originali dell’epoca corredano e donano valore aggiunto al Museo Fender Vintage

Viene inoltre offerta la possibilità di organizzare visite guidate e dimostrazioni live ed è perfettamente abbinabile ad altre manifestazioni culturali e musicali; il Museo Fender Vintage vanta già esperienze museali riscontrando enorme successo di critica e pubblico.

Se ci si chiede se una collezione sia in grado di respirare, se le sue parti possano vivere e vibrare nel tempo come essere umani, Museo Fender Vintage è un’esperienza da non perdere.

INFO E CONTATTI:
WEB: www.flaviocamorani.it
EMAIL: camorani.flavio@gmail.com

APPROFONDIMENTO AGOSTO 2020

PRINCETON 1953

L’oggetto che prendiamo in esame questo mese dalla nostra collezione Fender Vintage è un amplificatore risalente all’annata 1953 denominato Princeton.

Progettato visto le sue dimensioni e potenza per essere utilizzato in palchi di piccoli/medi locali notturni, da studenti nelle scuole di musica o per studi di registrazione che richiedessero una amplificazione di microfono voce e strumento di modeste espressioni di potenza ma definita sonorità acustica

La livrea è in elegante tessuto tweed a righe, la maniglia è di cuoio ed il disegno venne definito ‘wide-panel’ che era una transazione tra il primordiale ‘TVfront’ (1947/8 – 1952) ed il successivo ‘Narrow panel’ (1954/60).

Dotato nella basetta superiore dove sfoggiava anche la meravigliosa ‘logo’ con il nome del modello di due ingressi jack per microfono e strumento e due essenziali controlli elettronici: un pomello a lancetta che fungeva da interruttore e regolatore di toni alti/bassi ed un secondo pomello per la regolazione del volume.

Prodotto quindi in queste caratteristiche per circa 3 anni transitivi agli inizi del decennio ’50, permetteva di amplificare uno strumento ed un microfono in contemporanea sprigionando un volume di pochi watts da uno speaker Jensen alnico a ferro di cavallo di 7 pollici che vedeva ancorato al proprio chassis interno il modesto trasformatore di uscita.

Elegante e soprattutto molto versatile per il suo modesto peso e misure ebbe immediatamente un eccezionale successo sul

mercato e negli anni ne venne modificato solo leggermente nelle dimensioni, nella potenza  espressiva e nella livrea esterna restando sempre presente in produzione a catalogo ufficiale come uno degli amplificatori più richiesti in generale.

Maggiori informazioni e fotografie dettagliate sono reperibili sul testo  ‘our vintage soul’ vol 2 .

Appuntanento con lo strumento del prossimo mese di Vintage Authority.

Buona musica!

Flavio Camorani & Michela Taioli

APPROFONDIMENTO LUGLIO 2020

Precision bass del 1954

Lo strumento che mettiamo sotto la lente ad esame in questo mese è Il
Precision Bass del 1954.

Dalla nascita ufficiale dichiarata al N.a.m.m. nel novembre 1951 fino
all’autunno circa del 1954 il precision bass fu prodotto con corpo
‘slab’ e cioè senza smussature anatomiche .

Questa importante modifica venne studiata da Leo ed i suoi più stretti
collaboratori proprio per venire incontro alle esigenze dei musicisti ai
quali sovente si rapportavano per ricevere lamentele, critiche o
consigli atti a migliorare tecnicamente gli strumenti.

La smussatura anatomica al corpo permetteva così al musicista di
‘indossare’ più comodamente lo strumento e venne ‘copiata’ dal progetto
già in produzione della Stratocaster che nacque proprio in quello stesso
periodo ma non fu mai adottata alla Telecaster fino a quando Leo fu in
carica nel C.d.a. dell’azienda terminata nella fine del 1970 in quanto
lui stesso non accettò mai di modificare la forma della sua ‘primogenita’.

L’elettronica restò immutata fino al 1956 prevedendo oltre al
condensatore anche una resistenza applicata ai potenziometri così come
il tipo di legni utilizzati (frassino per i corpi ed acero per i manici)
e anche l’hardware ad unica eccezione delle sellette in fibra
abbandonate per fare spazio alle sellette in metallo più resistenti .

Dalla fine del 1954 prese vita anche la verniciatura a 2 toni sunburst
(vedi Stratocaster) sempre e solo applicata fino alla fine del 1955 su
corpi di frassino ed il battipenna che fino ad allora era di colore nero
diventando di colore bianco sempre a monostrato.

Dallo stesso periodo di fine 1954 il numero di serie a 4 cifre dello
strumento venne inciso non più alla basetta del ponte bensì alla
piastrina 4 viti e le viti generiche che già dal corso del 1953 potevano
presentare la testina a croce o a taglio ma sempre a mezza filettatura e
dal 1954 si diventeranno solo a sezione a croce e mezza filettatura
(fino alla fine del 1959) mantenendo solo sulla ruota dentata delle
meccaniche la vite a taglio fino ad esaurimento scorte.

La custodia che fino alla metà del 1954 era la classica ‘gig-bag’ in
robustissimo cuoio di alta qualità, vide affiancare dalla nascita della
Stratocaster di metà anno la ‘center pocket’ in legno ricoperta di tweed
a righe marroni/gialle ed interni di elegante ‘flush’ rosso che
prevedeva l’alloggiamento dello strumento in modo ‘centrale’ con un
ampio cassetto interno a tre scomparti ma che prevedeva anche un
importante prezzo aggiuntivo all’acquisto dello strumento.

Il modello presente nella nostra collezione era di proprietà del
bassista che militò per decenni nella formazione del famoso pianista
Jerry Lee Lewis e ne comprende addirittura il raro contratto di acquisto
dove venne specificato il prezzo dello strumento, il prezzo
dell’amplificatore abbinato e quello della custodia …. tutto pagato a
rate nel tempo e tutto descritto nello storico documento rilasciato dal
negozio ‘Musical Piano’.

Le foto dettagliate del basso sono visibili sul libro ‘our vintage soul’
vol 1 e vol. 2.

Appuntanento con lo strumento del prossimo mese di Vintage Authority.

Buona musica!

Flavio Camorani & Michela Taioli

APPROFONDIMENTO GIUGNO 2020

Champ steel guitar del 1954

Lo strumento che prendiamo in esame in questo mese è la Champ steel guitar del 1954.

Questa chitarra fu la prima solid-body costruita con un pickup magnetico che potesse raccogliere il suono delle corde metalliche e tradurlo ad un amplificatore fin dagli anni ’50.

Da questo modello che nel tempo vide modificare lievemente la sua forma estetica e livrea esterna nacque l’idea del progetto della chitarra elettrica spagnola (E.S. electric spanish) presentata da Leo Fender al N.A:M:M: nel 1950 con il nome ‘ESQUIRE’ per il modello a singolo pickup e ‘Broadcaster’ per il modello a 2 microfoni che dopo un anno circa mutò in ‘Telecaster’ a seguito di una controversia giudiziaria perduta nei confronti della concorrente ditta Gretsch che già depositò da prima un nome identico per un modello di strumento già in sua produzione.

Questa slide ‘champion’ veniva venduta corredata da un struccio economico di ‘cartone pressato’ con maniglia di plastica bianca oppure, pagando una cifra aggiuntiva, in una elegante custodia in legno ricoperta di ‘tweed’ di colore marrone chiaro con interni rossi e maniglia di bachelite.

Dal 1946 Leo Fender unito in società con ‘Doc’ Kauffmann creò in abbinamento agli amplificatori ‘De-luxe model 16, Pro e Champ’ il modello qui ritratto disponibile in 3 differenti ‘cover’ plastico-madreperlato tendenti al rosso/grigio, giallo o verde marino ed una vistosa placca metallica che ospitava le meccaniche sulla quale campeggiava impressa l’elegantissima logo ‘K&F’.

Il microfono come il resto dell’elettronica e knobs erano l’identica bobina e pots + capacitor che poi vennero utilizzate successivamente sulla Telecaster (il pickup al ponte si diversificava unicamente per la forma della basetta su cui era assemblato) e per questo motivo la stragrande maggioranza di queste ‘slide’ oggi si presentano prive del ‘cuore’ elettronico sostituito negli anni dai musicisti e collezionisti che desideravano possedere a disposizione le preziose e costose ‘parti di ricambio’ delle Telecaster dei primi anni di produzione.

Per utilizzarla il musicista si avvaleva di una barretta di metallo che faceva scivolare con la mano sinistra sulla tastiera pizzicando le corde con la mano destra ad ottenere il classico suono ‘Hawaiano’ .
La chitarra slide vide cambiare negli anni a seguire la sua forma e la sua conformazione che poteva prevedere 6, 8, o più corde su corpi equipaggiati a 1 pickup (modello studio-champ) o 2 pickups (modello de-luxe) oppure essere abbinata a corpo diviso in doppio , triplo o quadruplo manico sostenuto da piedi svitabili di metallo per offrire al musicista la possibilità di poter sfruttare più accordature contemporaneamente senza dover agire sulle intonazioni alle meccaniche.

In alternanza venne disegnato anche un modello che comprendesse come accessorio smontabile 4 o più pedali che attraverso una serie di cavi di acciaio e carrucole permettevano al musicista di poter modificare le accordature durante una esecuzione alla singola chitarra.
La ‘slide guitar’ è in effetti uno dei più longevi strumenti della ditta Fender in quanto, malgrado sia stata affiancata da innumerevoili modelli solid body nei decenni, è sempre rimasta in produzione subendo semplici modifiche tecniche ed estetiche.

Tutte le fotografie ed i particolari tecnici riguardo questo strumento sono reperibili in modo dettagliato sulle pagine di ‘our vintage soul 2’.
…al prossimo strumento!

Flavio Camorani

APPROFONDIMENTO MAGGIO 2020

STRATOCASTER 1954 SUNBURST #0252

Buongiorno amici di Vintage Authority, la chitarra che propongo alla vostra attenzione per il mese di giugno è una stupenda e rarissima Fender Stratocaster risalente al primo anno produttivo dalla sua presentazione ufficiale al NAMM: avvenuta nel maggio del 1954.

Questa chitarra mi fu ceduta alcuni decenni orsono da un collega collezionista italiano che l’aveva comprata a sua volta tanti anni prima.

Come successe a tantissimi strumenti del passato remoto, anche lei aveva subito alcune modifiche che spesso i musicisti apportavano ai propri strumenti ignari delle penalizzanti conseguenze valutative e storiche che apportavano ai loro preziosi strumenti ritenuti ai tempi semplici ‘oggetti da lavoro’ intervenendo a sostituire parti accessorie o cambiandone le colorazioni a piacere.

Naturalmente è risaputo che nel ‘vintage’ la datazione del manico certifica la data di costruzione dello strumento (per esempio: body datato 12/55 e manico datato 1/56 determina che lo strumento risalga al 1956 e non al 1955 anche se quasi certamente tutte le parti accessorie vennero costruite ed assemblate ancora nel 1955) e nel mio caso io apposi alla mia prima pubblicazione ‘our vintage soul’ del 2005 questa stratocaster con seriale # 8725 e manico 12/55 nella sezione dell’annata 1955.

Nel mio caso, questa chitarra fa parte delle primissime costruite avendo il corpo ed elettronica datate ‘maggio 54′ e quando mi venne ceduta presentava un manico originale ma datato ’12 – 55’ che le era stato abbinato insieme ad una corrispondente piastrina numerica ma tutte le restanti parti accessorie erano assolutamente legittime ed originali.

La spiegazione che ho attribuito a questa operazione ‘scellerata’ che qualche liutaio o musicista del passato aveva effettuato è che essendo presenti 4 fori aggiuntivi ‘tappati’ sul corpo all’altezza della fine del manico, qualcuno abbia sperimentato di indossarle un manico ‘più lungo’ forse per avere più tasti o chissà perchè altro e magari nella modifica andò perduto o applicato ad altra chitarra il manico e piastrina legittimi.

Fin da quando ne divenni proprietario nella fine degli anni ’80 iniziai una meticolosa ricerca a recuperare un manico e piastrina risalenti al 1954 per poter così eventualmente restaurare a primordiale orgoglio una delle pochissime centinaia di stratocaster prodotte dalla Fender Factory nei pochi mesi della seconda metà del 1954 e nel 2007 grazie anche all’aiuto dell’amico Vincenzo Atzori riuscii quindi a coronare la spasmodica ricerca reperendo a prezzo da capogiro un manico del 1954 perfetto corredato della sua piastrina numerica !

Una volta ottenuta la certezza di potere accedere ad un restauro perfetto disponendo finalmente dopo oltre trenta anni di ricerca del manico e piastrina che necessitavano, portai personalmente a Roma dal liutaio ed amico  ‘Franco Cavolata’ il solo corpo che vide nel corso di una intera giornata subire una cesellatura di ripristino dei 4 fori aggiuntivi presenti da sempre che Franco restaurò con la precisione millimetrica di un chirurgo intagliando tasselli di frassino che si accompagnassero addirittura alle venature presenti sul corpo così da fare apparire infine solo 4 minimali cerchietti aggiuntivi sul corpo.

Il risultato è la meravigliosa Stratocaster # 0252 ritornata con orgoglio una delle più belle e risonanti Regine dell’intera costruzione storica Fender di ogni epoca fotografata minuziosamente su ‘our vintage soul vol 2’!  

APPROFONDIMENTO APRILE 2020

OUR VINTAGE SOUL BOOKS 1^ 2^ 3^: la più completa collezione Fender Vintage pubblicata in tre volumi unici al mondo

I CONTENUTI DEI LIBRI OUR VINTAGE SOUL 1° 2° 3°

Il progetto di OUR VINTAGE SOUL è il frutto stampato di tanti studi di Flavio volti alla conoscenza del mondo produttivo creato da Leo Fender e i suoi storici collaboratori dal 1946 presentando in ogni dettaglio fotografico tutta la Collezione Fender Vintage, la più completa collezione di un unico proprietario al mondo.

Il primo prodotto Our Vintage Soul 1 uscì nel 2005 e contiene la prima parte della Fender Vintage Collection, a tiratura limitata e con numero seriale progressivo, un unicum.

Il nuovo lavoro fotografico durato quasi 7 mesi ha fruttato oltre 12000 immagini che, aggiunte ai testi sommano quasi 900 pagine costringendo così a suddividere l’opera in due libri, contenente ciascuno oltre 60 strumenti e 2500 fotografie; un’opera interamente realizzata, progettata, ideata ed auto-prodotta, senza editori, in totale autonomia all’interna dei quali non mancano dettagli, curiosità e spiegazioni acquisite negli oltre 35 anni di esperienze vintage.

Forte dell’esperienza acquisita nel produrre il primo libro, si è così previsto un secondo ed un terzo volume dividendo gli oltre 100 strumenti della collezione in due epoche storiche: Volume 2 rosso pre-CBS (1946-1964) e Volume 3 blu post-CBS (1965-1974).

I libri OUR VINTAGE SOUL volumi 2 e 3 presentano con un preciso schema cronologico la raffigurazione in fotografia della totale collezione Fender Vintage di Flavio Camorani che comprende tutti gli strumenti in colorazione standard ‘solid body’ ed almeno un modello di ogni amplificatore per epoca prodotti ed elencati a catalogo ufficiale dalla FENDER FACTORY tra il 1946 ed il 1974.

In aggiunta un excursus al periodo costruttivo artigianale ‘Fullerton Factory’ dal 1982/1984 ritenuto dagli autori degno di nota malgrado il totale declino qualitativo che fece seguito all’abbandono aziendale di Leo Fender avvenuto nel dicembre 1974.

Esattamente come per il primo volume, i due nuovi libri sono stati realizzati con carta patinata di eccellente qualità, copertina cartonata e rilegatura artigianale a filo di stoffa a rendere impressiva l’assoluta rilevanza dei loro contenuti.

Le schede esplicative e carte d’identità degli oltre 100 strumenti con proprie custodie originali, amplificatori, cataloghi, cinghie reggichitarra, cable-jack, effetti elettronici, tags e manifesti sono state redatte in lingua italiana ma rappresentano la minima parte dei contenuti delle pubblicazioni che vedono altresì fotografati tutti gli oggetti maniacalmente smontati a consentire l’accesso al lettore di tutti i particolari tecnici evidenziati dagli autori nelle 864 pagine illustrate.

I testi sono stati interamente realizzati da Flavio Camorani, il set fotografico della durata di 7 mesi è stato curato da Michela Taioli e Flavio Camorani (con la costante presenza del cane di famiglia Rock 2′ a sottindere ai lavori), le grafiche sono state curate da Matteo Camorani, le impaginazioni da Matteo e Flavio Camorani, le copertine progettate da Michela Taioli e realizzate da Matteo Camorani,  la stampa e rilegatura curata da Ge.Graf Forlì.

Flavio Camorani ha dato inizio al progetto ed alle stesure nel settembre del 2005 ultimando nel gennaio 2020, selezionando poi gli scatti e seguendone tutta l’impaginazione.

Michela Taioli ha scattato 12.428 fotografie all’intera collezione fra l’ottobre 2018 ed il maggio 2019, supervisione e responsabile commerciale.

Il prodotto finale è stato ultimato nel marzo e pubblicato nell’aprile 2020 con le seguenti caratteristiche tecniche per offrire un prodotto di alta qualità:

Ogni volume è composto da 432 pagine di carta patinata da 135 gr.

Stampa 4+4 colori confezionato in brossura cucita in filo refe cartonato a dorso quadro e capitelli

Copertina rigida in cartonato patinato opaco plastificato con vernice di protezione a formato 21 x 29,7 cm

Peso di 2,1 kg

Lingua: Italiano

Autori: Flavio Camorani & Michela Taioli

Editore: Prisma Melody Club Forlì

Management: Michela Taioli

Web link: https://flaviocamorani.it/1-our-vintage-soul/

Così come per il primo volume, queste pubblicazioni saranno collocate a testimonianza del nostro operato terreno anche nella Biblioteca Universale Vaticana.

Flavio & Michela

PER RICHIEDERE OUR VINTAGE SOUL BOOK 1° 2° 3°

Per ordinare i volumi inviare una mail a camorani.flavio@gmail.com e indicare i seguenti dati:

  • Libro o libri che si desidera acquistare
  • Indirizzo di destinazione e codice fiscale per ricevuta
  • Metodo di pagamento prescelto: bonifico bancario o PayPal
  • Nome della persona alla quale dedicare copia del libro da parte degli autori, qualora la si desiderasse

PAGAMENTI ACCETTATI:

  • Bonifico Bancario specificando nella causale il o i libri desiderati IBAN: IT08W 08542 13203 063000 311869
  • PayPal Account flavio@gmail.com

COSTO LIBRI IN ITALIA CON DEDICA E AUTOGRAFO PERSONALIZZABILI:

Our Vintage Soul book 1^ : 59€ spedizione gratuita in Italia
Our Vintage Soul book 2^: 119€ spedizione gratuita in Italia
Our Vintage Soul book 3^: 119€ spedizione gratuita in Italia

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APPROFONDIMENTO MARZO 2020

FENDER PRO AMP DEL 1951 TWEED TOLEX “TV FRONT”

L’amplificatore che analizziamo questo mese è il Pro amp del 1951 tweed tolex ‘TV front’

Elettronicamente riconosciuto come 5A5 Model questo modello di amplificatore unito al ‘De-luxe’ fu il pioniere dal quale poi si svilupparono gli ulteriori altri modelli in seguito.

Il modello Pro (abbreviazione tecnica di ‘Professional’) era il più potente e performante amplificatore di quei tempi che permetteva a strumenti elettrici (inizialmente chitarre slide ma dal 1949 anche le prime Broadcaster e subito dopo il Precision bass e così a seguito) e simultaneamente microfoni utilizzati per la voce o strumenti acustici di essere uditi anche in grandi ambienti grazie al potente speaker Jensen da 15′.

Dotato di una maniglia in cuoio e tre comandi di regolazione che abbinavano i due volumi separati ed il potenziometro del tono in comune ai quattro ingressi jack dedicati a microfoni o strumenti, venne denominato TV front perchè somigliava per sembianze frontali ad una televisione con lo schermo centrale allo chassis.

L’elegante livrea di tolex stoffato a linee marroni su fondale chiaro risulta ancora oggi di enorme eleganza estetica.

Lo chassis in legno prodotto con un disegno che inclinava lievemente lo speaker verso l’alto permetteva al suono di essere direzionato ad altezza del musicista anche se appoggiato a terra sul palco.

2 valvole finali ed una valvola rettificatrice sprigionavano potenza e nitidità di suono udibili anche in grandi ambienti e locali di allora.

Nel 1952 l’evoluzione del modello ne cambiò il disegno per circa 2 anni (1952/3 – ‘wide panel’) mantenendo le caratteristiche tecniche precedenti ma con l’aggiunta di un interruttore che permetteva di mantenere acceso l’amplificatore ma ‘silenziato’ (stand-by).

La ulteriore modifica tecnica si ebbe nel 1954 con il ‘Narrow panel’ fino al 1960 inoltrato quando la livrea esterna mutò in un tessuto vinilico di color marrone con maniglia di plastica e vistosa logo in metallo sulla facciata (brown face/tolex).

Fu verso la fine del 1964 che venne costruito per un brevissimo tempo in pochi esemplari con livrea vinilica black e cono da 15′ ed immediatamente dopo con livrea black&logo di metallo estena equipaggiato da 2 coni da 12′ unito a riverbero e tremolo incorporato (black-face-amp 1965/67).

In quest’ultima versione, venne apprezzato da tanti musicisti in quanto definito il ‘baby-twin’ che offriva medesima voce e circuitazione elettronica rapportata ad una potenza inferiore (2 sole valvole finali invece di quattro) e peso specifico quasi dimezzati rispetto all’ambito ‘fratello superiore’ Twin reverb black-face.

Questo amplificatore è il sogno non solo dei chitarristi o bassisti ‘vintage’ ma anche dei suonatori ‘blues’ di armonica a bocca in quanto unitamente al modello bassman della stessa epoca, riesce a sviluppare sonorità ‘basse’ e ‘crunch’ davvero indicate proprio al suono dell’armonica blues….provare per credere!!

Amplificatore pubblicato con scheda tecnica e foto dei particolari sul libro ‘our vintage soul vol.2’ di Flavio Camorani e Michela Taioli alle pagine 18/21.

www.flaviocamorani.it

APPROFONDIMENTO FEBBRAIO 2020

FENDER CHAMP STEEL DEL 1953

Lo Strumento in analisi di questo mese tratto dal museo fender vintage di Flavio Camorani è la chitarra Fender Champ Steel del 1953.

Questo modello esistente dalla decade ‘1940/50 fu la prima chitarra elettrificata a corpo pieno chiamata anche ‘Hawaiana’ e venne prodotta in molteplici soluzioni di più corde ed addirittura doppi, triplici e quadruplici manici così da poter simultaneamente permettere al musicista di accedere a più svariate accordature tonali senza necessariamente agire sull’intonazione di una singola chitarra ogni volta.

La stessa slide poteva presentarsi in tre modelli: il modello base più economico ‘champ’ distribuita in una custodia di cartone pressato, la più costosa ‘de-luxe’ con identiche regolazioni ma che vedeva l’aggiunta di tre sostegni avvitabili in metallo cromato ed una custodia in legno ricoperta di panno tweed, e l’importante ‘pedal-steel’ addizionata rispetto alla de-luxe di ulteriori pedali che tramite un sistema di ‘impalcatura’ di metallo composta da pedaliera, carrucole e fili di acciaio applicabile alla base dello strumento consentivano al musicista di variare di intonazione la chitarra allentando o tirando con l’azione dei pedali le corde modulate manualmente dallo slittamento di una barretta di metallo chiamata ‘slide’.

Il suono elettrico di queste chitarre emula il ‘vero’ suono delle prime Telecaster in quanto venivano equipaggiate con gli stessi pickup (solo di differente formato alla base), pots e condensatori e questo fattore fa sì che purtroppo la grande maggioranza di queste vecchie chitarre abbia subito nel tempo l’asportazione dell’elettronica venduta poi come parte di ricambio utilizzati su strumenti ritenuti molto più importanti.

La slide subì diverse modifiche tecniche nel corso degli anni ed inizialmente era prodotta con legno di acero/pino ricoperto di una elegante ‘pellicola’ vinilica a striature tendenti al colore grigio, giallo, verde o rosso con la scritta del marchio incisa sul metallo della paletta.

Successivamente a metà del decennio 1950/60 venne abbandonata la copertura vinilica e lo strumento prodotto in frassino (blonde) o ontano (altre colorazioni) venne aggiunto della logo applicata ad acqua come sulle chitarre e bassi o da una targhetta in metallo rettangolare fissata con 2 spilli a seconda delle epoche e modelli.

I modelli economici champ venivano equipaggiati con meccaniche a manopolina di plastica rispetto ai più importanti modelli dee-luxe e pedal che esibivano meccaniche di metallo e successivamente per la serie champ la plastica delle manopoline divenne nera anzichè bianca con i knobs verniciati a loro volta di nero.

La ‘slide’ rimase sempre in produzione e malgrado sia stata l’espressione tecnica del primo strumento a corde su un corpo solido equipaggiato di pickup magnetico è ancora oggi comunemente utilizzata nella musica moderna sia come strumento in sè che come stile di esecuzione.

– info su: www.flaviocamorani.it

APPROFONDIMENTO GENNAIO 2020

MUSICMASTER DESERT SAND 1956

Alla fine dell’annata 1955 la Fender Factory in crescente espansione,  produceva da qualche anno amplificatori professionali e strumenti a  corde nei modelli di Telecaster, Esquire, Stratocaster e Precision Bass oltre naturalmente ai vari modelli di Lap-steel e Pedal-steel fin dalla
fine degli anni ’40.

Questi strumenti sopra elencati erano naturalmente il meglio che il mercato ddello strumento musicale a corde di quei tempi potesse offrire
ma venivano proposti a prezzi ‘importanti’ rivolti quasi esclusivamente  ad una clientela di artisti o professionisti di rilievo per cui con
l’intento di incamerare una maggior ‘fetta’ di mercato dello strumento elettrico a corde dedicato anche ad adolescenti e studenti, Leo Fender
ed i suoi collaboratori disegnarono i modelli ‘Musicmaster’ e ‘Duosonic’.

Questi nuovi modelli di chitarra spagnola senza cassa armonica (ES : Electric Spanish) offrivano dimensioni e scalatura del manico ridotte rispetto alle già famose Telecaster o Stratocaster.

Prodotte utilizzando le medesime materie prime di alta qualità già in uso per costruire i più importanti modelli pre-elencati, subivanoi
metodi di lavorazione ed assemblaggio classici dell’azienda appena meno curati nei particolari di verniciatura e sfruttando anche alcuni
accessori più economici rispetto alla linea professionale come le custodie prive di cassettino portaoggetti e meno rifinite dotate di
maniglia in plastica anzichè in metallo rivestito di cuoio, i pomelli delle meccaniche in plastica anzichè metallo o le basette dei ponti più
essenziali e dimensionate.

Con questi nuovi modelli la Fender Factory aprì il mercato a studenti e principianti offrendo anche alle mani più piccole del ‘gentil sesso’ di avvicinarsi al settore musicale grazie soprattutto ai prezzi di listino che erano decisamente più contenuti rispetto alla linea professionale ma di pari qualità.

Il batti penna era prodotto in metallo anodizzato così da non richiedere nessuno shield di alluminio ulteriore ed i corpi furono predisposti a
ricevere uno (Musicmaster) o due pickup (Duosonic) guidati nel caso da un selettore switch a tre posizioni.

La colorazione individuata per questi modelli fu il ‘Desert sand’ che è un color ‘caffelatte’ che poteva avere tinte più o meno marcate tendenti
al marrone ed i manici furono prodotti in acero a sezione ‘V’ dotati sulla paletta della classica Logo spaghetti riportante anche il nome del
modello.

Nel corso del 1958 il corpo venne dotato di una spallina che avrebbe accolto in seguito una vite aggiuntiva a seguire un disegno di  battipenna in celluloide ed il manico divenne a sezione ‘C’ per poi in seguito venire modificato con l’aggiunta della tastiera in palissandro ‘slab’ fino all’autunno del 1962 come per tutti i modelli della produzione Fender.

Le meccaniche Kluson single line avevano le stesse caratteristiche delle precedenti differenziandosi solo nelle manopoline in plastica anzichè in
metallo nichelato quindi ‘più economiche’.

Le ulteriori parti che le componevano erano le medesime già utilizzate per Telecaster e Precision bass come i Knobs, le basette-filo-magneti
dei pickups (flat-pole ricoperti da un guscio di bachelite bianco), le sellette, la farfalla abbassacorde senza spessore in metallo fino al
1959, la piastrina seriale, le vitine generali a mezza filettatura, i bottoni reggicinghia, il condensatore ed i potenziometri.

La basetta del ponte si presentava più dimensionata rispetto agli altri modelli ed un piccolo filo di rigido metallo ‘volante’ fungeva da
collegamento di ‘massa’ tra l’elettronica ed il ponte ad evitare indesiderate interferenze elettroniche.

Il timbro sonoro di questi strumenti della serie ‘economica’ che non sono valorizzate quanto le ‘sorelle maggiori’, è davvero il medesimo delle famose Telecaster….provare per credere!

Le schede tecniche e tutte le fotografie dettagliate della Musicmaster e Duosonic sono presenti sui libri ‘Our vintage soul’ vol 2 e 3 di Flavio Camorani & Michela Taioli

– info su: www.flaviocamorani.it –

APPROFONDIMENTO DICEMBRE  2019

PARTECIPAZIONE VINTAGE AND GUITAR EXPO – ITALIA
INSIEME A ALESSANDRO SILVAGNI, HANNES SCHWEINBACHER, VINCENZO ATZORI

APPROFONDIMENTO OTTOBRE 2019

Fender Mandocaster – Collection Flavio Camorani

Lo strumento che presentiamo questo mese è il Fender Mandocaster.

Come per tanti altri tipi di strumenti acustici presenti agli inizi della decade 1950/60 anche il mandolino presentava la problematica di poter essere ascoltato nell’insieme di una orchestra in quanto le sue ridotte dimensioni della cassa armonica ne limitavano ovviamente il volume rispetto agli ottoni ed altri strumenti a corde elettrici per cui nel 1957 inoltrato Leo Fender brevettò questo strumento ‘solid-body’ atto a poter essere collegato ad un amplificatore ed esprimere così i volumi e toni desiderati.

Il Mandocaster ‘standard’ nasce con corpo in frassino in verniciatura Blonde e manico maple a sezione ‘V’ e venne fornito in colorazioni differenti ‘custom’ ma con corpo in ontano.

Alla nascita presentava il battipenna in metallo anodizzato che dopo circa 12 mesi venne sostituito da modelli in celluloide tartarugata o bianca a seconda della colorazione del corpo.

Dal 1959 il manico sarà fornito di tastiera in palissandro mantenendo la sezione originaria con le stesse meccaniche prodotte dalla ditta Kluson con manopolina in plastica bianca abs apposte a ‘4 in linea’ basate su una unica sede metallica e non suddivise singolarmente.

Il Mandocaster a 4 corde venne utilizzato prevalentemente per suonare il genere musicale ‘country’ prestandosi alle sonorità ‘West-coast’.

La custodia al momento della sua presentazione al NAMM avvennuta nella metà del 1957 era un elegante astuccio in legno con gli interni in ‘flush’ rosso rivestito di tessuto vinilico ‘tweed’ esattamente come le chitarre ed i bassi della stessa epoca.

Lo strumento presentato nella fotografia è un raro modello ‘custom color’ risalente al 1° anno produttivo con corpo datato 11-57 e manico
5-58 appartenente alla collezione Fender Vintage Museum di Flavio Camorani e Michela Taioli.

APPROFONDIMENTO SETTEMBRE  2019

Precision Bass 1952 – Collection Flavio Camorani

Lo strumento ‘Playmate’ del mese di ottobre estrapolato dalla collezione Flavio Camorani è il Precision Bass # 0109 risalente all’anno 1952.

Quando Leo Fender ebbe la geniale intuizione di riuscire a tradurre l’ingombrante contrabbasso utilizzato fino ad allora in indossabile basso elettrico con tasti aggiunti al manico a permettere maggiore intonazione e ‘precisione’ (… da qui il nome ‘Precision’) in esecuzione, in pochi mesi rivoluzionò l’intero mercato musicale.

Questo basso tra i primi al mondo ad essere stato costruito dopo la sua presentazione avvenuta nel novembre del 1951 presenta il numero seriale 0109 impresso nel ponte vicino alle sellette in fibra plastica che nei decenni hanno subito una innaturale incurvatura ma restano tuttora perfettamente funzionanti ed intonate.

Il corpo in frassino (in colorazione ‘butterscotch’) che talvolta era prodotto in unica asse di frassino sfruttando la parte centrale del fusto ed il manico in acero presentano la verniciatura alterata dalla nicotina dei fumosi locali dove venne suonato tranne che nei punti coperti da hardware, battipenna e logo sulla paletta.

Il pickup a poli ‘flat’ perfettamente risonante malgrado l’età presenta il filo di ‘messa a terra’ che è fissato alla vite del copriponte.

I potenziometri ‘clarostat’ timbrati ad inchiostro blu mostrano le sigle di costruzione risalenti al 1952 uniti al condensatore a carta-olio ‘cornell dubillier’ addizionato ad una resistenza multicolorata.

Le parti dell’hardware nichelate così come tutte le viti ‘phillips’ a taglio prodotte a mezza filettatura completano unitamente al battipenna a singolo strato nero di ‘bachelite’ ed alle meccaniche ‘kluson inversed’ questo spartano strumento ancora assolutamente perfettamente funzionante ed attuale malgrado i suoi circa 70 anni di vita.

La custodia originale è una robustissima ‘borsa’ di cuoio imbottita che mostra la targhetta di vendita del negozio ‘Ess & Ess’ di Brooklin abbinato alla classica cinghia reggistrumento in cuoio.

Negli anni a seguire molti marchi concorrenti hanno copiato il primo Precision ed il basso elettrico ha successivamente assunto centinaia di differenti disegni e modifiche, ma questo ‘pioniere’ artigianale resta l’indiscusso Re del settore a testimonianza dell’indovinato disegno e  praticità tecnica che Leo Fender intuì circa 70 anni fa.

“Avevo 19 anni quando, a Zurigo, comprai da “Musik Hüsli” la mia prima Fender Stratocaster “Black” maple neck del ’79”

Flavio Camorani

“Il nostro libro Our Vintage Soul aiuterà tanti appassionati di “veri” strumenti Fender pre-1974″

Favio Camorani

APPROFONDIMENTO agosto 2019

WOODIE – Collection Flavio Camorani

 

“Avevo 19 anni quando, a Zurigo, comprai da “Musik Hüsli” la mia prima Fender Stratocaster “Black” maple neck del ’79”

Flavio Camorani

“Il nostro libro Our Vintage Soul aiuterà tanti appassionati di “veri” strumenti Fender pre-1974″

Favio Camorani

Alla fine del 1945 Leo Fender sciolse la società e collaborazione costruttiva di apparecchi elettronici e riparazioni radio-Tv intrapresa qualche anno prima con Doc Kauffman dando vita dopo poco (1946) alla linea di amplificatori ‘Fender Electric Instrument Co./Fullerton California’ che propose sul mercato 3 nuovi modelli di differente potenza e dimensione chiamati in gergo ‘Woodie’ in quanto l’intero chassis fu prodotto in legno massello verniciato a laccatura trasparente e la stessa maniglia utilizzata era nientemeno che la medesima presente a corredo dei cassetti nelle scrivanie e mobili che arredavano il laboratorio artigianale come si evince analizzando con attenzione i rari filmati e le foto di repertorio.

I tre modelli prodotti inizialmente furono:

Princeton amp con 1 speaker da 8 pollici e nessun ingresso microfonico (monocanale)

De-luxe amp (chiamato tecnicamente ‘Model 26’) con 1 speaker da 10 pollici ed ingresso per strumenti separato da quello microfonico comandati da comuni controlli tono-volume

Professional (‘Pro’) con 1 speaker da 15 pollici e come per il De-luxe, ingressi per strumenti e microfono

Questi 3 modelli vennero assemblati con una tela sintetica di colore Blu, Rosso o Giallo a vestirne la parte anteriore e le parti accessorie del retro con una triplice banda metallica dorata-lucida applicata in modo verticale al centro della facciata a protezione del cono che aveva funzioni anche estetiche in quanto a Leo piaceva l’idea che il metallo dorato riflettesse la luce dei fari nei locali musicali di allora risaltandone l’immagine.

Dopo I primi mesi costruttivi Leo cambiò la posizione dell’elettronica nello chassis considerata migliormente accessibile e negli anni a seguire vennero modificati circuitazioni ed estetica nella continua ricerca evolutiva che terminò nel dicembre 1974 con la cessione dell’intero Marchio.

Inutile e scontato raccontarvi quanto questi amplificatori pionieri della storia siano di rara reperibilità se originali ed intoccati in quanto prodotti in pochi esemplari che furono disegnati, intagliati, assemblati, saldati, siglati e testati integralmente dalle mani di Leo Fender in persona e solo dopo un breve iniziale periodo di attività venne considerata l’assunzione di personale tecnico con mansioni di falegnameria ed assemblaggio.

Il ‘Woodie’ in mio possesso è stato reperito in Nuova Zelanda (…esattamente all’opposto del globo rispetto alla mia sede abitativa) dopo decenni di ricerca in quanto mi erano capitati nel passato alcune rare possibilità di acquisto di qualche esemplare ma sempre portatore di incompletezze o modifiche nell’elettronica che per ovvi motivi collezionistici ho declinato e solo pochi anni fa questo ‘piccolo-grande’ amplificatore mi è stato segnalato da amici nella sua assoluta rara integrità di origine ed ovviamente è entrato a far parte della nostra collezione come membro pioniere di qualcosa di fantastico creato da Leo Fender in prima persona.

Se mi chiedete come suona, la mia risposta è che sembra impossibile sentire tanta qualità elettronica scaturire da un assemblaggio di quasi 80 anni fa e sottolineo che la prima volta che lo provai dopo l’acquisto, conoscendone l’età, l’amico romagnolo Guglielmo Cicognani (conosciutissimo e famoso in tutto il mondo ingegnere e costruttore di importanti amplificatori ed effetti) accese professionalmente per mio conto il Woodie inviando la tensione elettrica a piccoli step fino ai 117 volt per evitare eventuali shock elettrici e una volta in corretta tensione sembrò costruito due giorni fa !!!!!!

Questo amplificatore, per la sua importanza storica e collezionistica, potrebbe da solo essere protagonista principale di una mostra museale Fender vintage e sarà presentato ed illustrato in modo specifico nei libri ‘our vintage soul’ 2 e 3 inerenti la collezione privata Fender vintage di Flavio Camorani in prossima pubblicazione.

APPROFONDIMENTO LUGLIO 2019

Stratocaster 1954 – Collection Flavio Camorani
Serial Number: 0252 – Strumento già catalogato su Our vintage soul 1.

Leo Fender fin dal 1953 unitamente ai suoi stretti collaboratori aveva nei suoi progetti la costruzione di una chitarra elettrica che emulasse in qualche modo la già affermata Telecaster aggiungendone però diverse possibilità tecniche e sonore e soprattutto la ragguardevole novità di presentare un ponte ‘Tremolo’ che fino ad allora era un progetto ideato in differenti disegni anche da altre ditte concorrenti come Gibson e Gretsch con piccole defezioni di intonazione che ne limitavano la praticità.

Fu solo nel maggio del 1954 che però la Stratocaster nacque ufficialmente presentata al NAMM con un nuovissimo e futuristico ponte Tremolo che dotato di 5 molle posteriori offriva allo strumento un perfetto utilizzo senza apportare seguenti difetti all’intonazione.

Un’altra grande miglioria tecnica che Leo aggiunse a questo modello rispetto alla Telecaster era che il ponte mostrava non tre ma sei singole sellette che permettessero la regolazione fine dell’ ‘action’ di ogni singola corda oltre ad un terzo microfono centrale che donava possibilità timbriche innovative per quell’epoca.

Costruita con gli stessi legni di corpo e manico di Telecaster e Precision venne presentata in una nuova elegante custodia rettangolare ‘Center pocket’ che venne affiancata alle già utilizzate ‘Form-fit’ e ‘Gig bag’.

L’hardware metallico era nichelato ed il battipenna e le plastiche erano prodotte con un materiale chiamato in gergo ‘Bachelite’ che cambiarono la loro conformazione estetica in tre differenti disegni nell’arco di pochi mesi.

Alcuni modelli furono costruiti ‘Offshore’ senza il ponte Tremolo (…si parla di un massimo di circa 20 unità) che sono ovviamente oggetto di ricerca ultrararo per i collezionisti di tutto il mondo.
Non si ha un numero esatto di Stratocaster costruite nei pochi mesi dal maggio al dicembre, però si stima ad un massimo di pochissime centinaia di strumenti in totale anche se stranamente sui vari siti internet mondiali ne compaiono a migliaia….! (?)

Questa chitarra è prodotta ancora oggi nelle medesime sembianze di allora e questo testimonia il fatto che il progetto fu davvero innovativo ed indovinato.

Questa piccola e riassuntiva scheda di presentazione è solo un racconto per illustrarvi questo strumento, ma l’intera dettagliata scheda sarà presente nella mia pubblicazione ufficiale in fase di completamento…. solo lì si avranno perfette percezioni illustrate ed esplicative approfondite di tutti i dettagli che la compongono.

“Avevo 19 anni quando, a Zurigo, comprai da “Musik Hüsli” la mia prima Fender Stratocaster “Black” maple neck del ’79”

Flavio Camorani

“Il nostro libro Our Vintage Soul aiuterà tanti appassionati di “veri” strumenti Fender pre-1974″

Favio Camorani

APPROFONDIMENTO GIUGNO 2019

Telecaster 1951 – Collection Flavio Camorani
Serial Number: 0613 – Strumento già catalogato su Our vintage soul 1.

Raro esemplare con verniciatura ‘Blonde’ fra i primi ad essere prodotto nel periodo che seguì la controversia con la ditta Gretsch che costrinse la Fender Factory ad eliminare la scritta ‘Broadcaster’ dalla logo sulla paletta per tramutarla dopo pochi mesi in ‘Telecaster’.

La custodia è una elegante ‘Thermometer’ con cerniera di chiusura a ‘lancetta’ e maniglia in bachelite. Come in ogni strumento prodotto fra il 1950 ed il 1953, appare impressa su corpo e manico una lettera cubitale ‘D’ che ricorre anche sulle piccole etichette applicate al posteriore degli amplificatori o degli speakers prodotti in genere fra il 1946 ed il 1953.

Non si hanno dati certi circa la specifica di questa lettera ‘D’; secondo il mio parere personale, potrebbe trattarsi di un’abbreviazione della parola ‘Detected’ così come avvenne in seguito per la ‘R’ cerchiata ad abbreviazione di ‘Registered’. In progettazione il modello Telecaster era previsto di un accessorio scudo applicato a pressione al ponte avente lo scopo di evitare che le parti metalliche sporgenti danneggiassero i polsini degli indumenti del musicista.

Contemporaneamente questo scudo avrebbe dovuto contenere un filo collegato alla parte sottostante del ponte con funzioni di ‘messa a terra’ dello strumento, perciò venne dotato di un piccolo dente metallico saldato a stagno nella parte sottostante (opzione però mai realmente utilizzata).

Le meccaniche prodotte dalla ditta Kluson prive di scritte esterne (‘no-brand’) mostrano un codice impresso nelle basi ed il terminale dell’albero della manopola che NON fuoriesce dallo scudo inferiore come si conviene fino al 1953.

Le viti in generale come lo stesso truss road si presentano a taglio (Phillips) a ‘mezza filettatura’ ed il numero seriale composto da 4 cifre venne impresso sulla base del ponte. La circuitazione ‘Blender’elettronica presenta il raro primordiale selettore Centralab ‘Horse-shoe’ e potenziometri timbrati ad inchiostro scuro.

Su alcune delimitate zone del corpo a contatto con le parti metalliche sono emerse ossidazioni chimiche che hanno aggiunto sfumature tendenti al colore rosso alla vernice Blonde.

Tutte le foto dettagliate delle singole parti che compongono lo strumento minuziosamente analizzate saranno visibili sui libri ‘Our vintage soul’ vol. 2 e 3 di prossima pubblicazione.

“Avevo 19 anni quando, a Zurigo, comprai da “Musik Hüsli” la mia prima Fender Stratocaster “Black” maple neck del ’79”

Flavio Camorani

“Il nostro libro Our Vintage Soul aiuterà tanti appassionati di “veri” strumenti Fender pre-1974″

Favio Camorani

APPROFONDIMENTO MAGGIO 2019

DIFFERENZE TRA STRUMENTO VINTAGE E MODERNO PARTE 2

E’ risaputo che Leo Fender fosse da sempre molto attento alle economie della sua azienda dove nulla veniva scartato o lasciato al caso ed il progressivo aumento del costo del frassino fino ad allora utilizzato per produrre chitarre e bassi fece sì che per la produzione dei corpi Fender a partire dal 1956 (fatta eccezione per i modelli destinati a verniciatura blonde per i quali venne sempre utilizzato il frassino), l’azienda decise di sostituire il legno di frassino con il più economico ontano.

Dal 1956 quindi tutti gli strumenti presentano almeno una incollatura di due assi (non sempre facilmente identificabile) in quanto l’albero di ontano non raggiunge circonferenze di fusto a dimensioni sufficienti ad ottenere il corpo di una chitarra o basso elettrico in unica asse di legno senza incollature.

Nel 1965 con la fusione Fender – CBS la rincorsa al risparmio da parte della nuova direzione operativa diede il via ad una produzione di corpi che prevedeva l’incollatura talvolta anche di più di due assi tra loro e per mascherarne gli eventuali inestetismi causati da questa operazione il legno veniva trattato prima con un prodotto dal colore bianco semi trasparente che una volta asciutto permetteva la verniciatura in colorazione custom o sunburst successiva.

Questo particolare è facilmente percepibile mettendo a confronto visivo i corpi a verniciatura sunburst prodotti prima del 1965 in cui le venature del legno risulteranno più marcate ed evidenziate con quelli prodotti dalla fine del 1964 a seguire in cui le venature e striature dei legni risulteranno agli occhi molto meno marcate ed appena visibili.

Dall’inizio del 1956 fino alla fine del 1971 il frassino venne utilizzato quindi esclusivamente per produrre i corpi di chitarre e bassi elettrici destinati a ricevere la finitura ‘blonde’.

Nel corso del 1972 la CBS aggiunse al catalogo ufficiale delle colorazioni custom acquistabili quindi con un sovrapprezzo aggiuntivo di listino rispetto alle verniciature standard, i colori natural (trasparente lucido) ed il moka brown che furono applicati solo ai corpi in frassino per evidenziarne le eleganti venature del legno.

Contemporaneamente la colorazione sunburst a tre tonalità fino ad allora utilizzata solo su corpi in ontano, venne abbinata indistintamente al corpo in frassino (solitamente con peso specifico superiore rispetto alle precedenti forniture) che all’ontano.
Il listino ufficiale dei colori Custom ottenibili su ordinazione pagando un sovrapprezzo che prese vita agli inizi del 1961 vide il suo termine ultimo con il dicembre 1974 dal cui momento in poi le varie colorazioni vennero offerte dai rivenditori indistintamente allo stesso prezzo senza alcuna percentuale di costo aggiuntiva.

E’ di pubblico dominio che il progresso e l’incuria ambientale esercitata dall’uomo negli ultimi decenni abbiano provocato una esponenziale crescita di tasso di inquinamento atmosferico che ha causato enormi danni alla natura e sta progressivamente aggiungendo ulteriori drammatici fenomeni negativi all’eco-sistema del nostro pianeta.
I risultati di questi effetti sono facilmente riscontrabili su alcune materie prime che provengono direttamente dalla natura come ad esempio la qualità del legno che gioca un ruolo primario e fondamentale nella realizzazione di uno strumento musicale elettrico o acustico.
A differenza di qualche decennio fa, nella metà del secolo scorso i legnami utilizzati per produrre strumenti provenivano da foreste, nelle quali erano cresciuti in assenza di piogge acide o altri fattori inquinanti allora ancora inesistenti che, oltre ad una migliore qualità, una volta abbattuti venivano depositati nelle foreste per tanti anni fino a quando la loro maturazione ed essicazione naturale permetteva alla mano dell’uomo di poterli lavorare nei vari stabilimenti di falegnameria e produzione.

E’ chiaro a chiunque che il legname utilizzato attualmente per la produzione degli stessi strumenti elettrici sia oggi il frutto di foreste sottoposte agli inquinamenti atmosferici sempre più accentuati degli ultimi decenni e purtroppo per poter essere velocemente reso lavorabile a solo pochi mesi dal momento in cui è stato abbattuto subisce trattamenti di depressurizzazione ed essiccazione accelerata attraverso l’utilizzo di speciali forni e trattamenti chimici che ne limitano nell’insieme le qualità sonore.

Gradualmente dagli anni ‘70 in poi le materie prime che comprendevano anche componenti chimiche necessarie per ultimare le cromature o nichelature delle parti metalliche, le vernici, i magneti, i fili di rame per avvolgimenti e le materie plastiche in genere subirono modifiche negli ingredienti che le componevano in quanto emerse che molti materiali chimici fino ad allora utilizzati comunemente contenevano in realtà alcune sostanze risultate nocive alla salute dell’uomo.

Dal momento in cui gli uffici sanitari preposti alla tutela della salute resero attivi i divieti di utilizzo di sostanze nocive, vennero individuati componenti chimiche sostitutive consentirne per realizzare gli oggetti cromati, vernici, magneti e nell’insieme cambiarono anche i caratteri sonori quando applicati agli strumenti musicali.
Ecco spiegato il concetto che illustra le differenze tra gli strumenti musicali che i nostri predecessori realizzarono rispetto a quelli costruiti oggi e così è anche più chiaro capirne le differenze tecniche se messi a confronto.

Questi particolari elencati fanno sì che purtroppo oggi non sia più possibile replicare le chitarre, i bassi o gli amplificatori del passato malgrado ci si possa avvalere di evolute tecnologie e perfette macchine industriali.
Purtroppo attualmente queste realtà sono riscontrabili non solo nel campo degli strumenti musicali ma anche in altri settori come la tecnologia analogica delle attrezzature musicali di alta fedeltà sostituite da computer o supporti digitali che offrono certamente meno ingombro, più versatilità, praticità, leggerezza e maggiore velocità esecutiva ma risultano a mio avviso privi di anima e di quel ‘calore’ che offrivano le apparecchiature valvolari a nastro magnetico avvolto in grandi bobine o dei dischi in vinile.

In conclusione quindi la mia tesi conclusiva è che gli strumenti musicali costruiti attualmente possono presentare forse le stesse caratteristiche estetiche, colorazione, nome e peso specifico paragonabili a quelli del passato, ma fondamentalmente se messi a confronto diretto risulteranno esprimere dinamiche e sonorità molto differenti tra loro, non dico migliori o peggiori ma semplicemente ‘molto differenti’.

Dopo avervi guidato in questo percorso che aveva lo scopo di farvi entrare nell’immenso mondo Fender vintage per conoscere sommariamente come e quando sono nati gli strumenti ed amplificatori che hanno scritto l’intera storia della musica moderna dagli anni ’50 ad oggi raccontandovi dei materiali che l’uomo utilizzò per costruirli e di come sono evoluti nei decenni, ora ve li presenterò in totale rassegna offrendovi in analisi la foto di uno strumento al mese fornita in modo cronologico con una sommaria scheda esplicativa.

Sperando con i miei racconti di avere acceso nei lettori un ulteriore desiderio di conoscenza, invito chiunque a seguire il nostro sito dedicato al museo itinerante della nostra completa raccolta Fender frutto di quasi 40 anni di sacrifici che ci hanno portato a realizzare una delle più importanti e complete collezioni vintage Fender al mondo illustrata nelle nostre pubblicazioni che approfondiscono l’argomento con decine di schede esplicative e migliaia di illustrazioni inedite.

“Avevo 19 anni quando, a Zurigo, comprai da “Musik Hüsli” la mia prima Fender Stratocaster “Black” maple neck del ’79”

Flavio Camorani

“Il nostro libro Our Vintage Soul aiuterà tanti appassionati di “veri” strumenti Fender pre-1974″

Favio Camorani

APPROFONDIMENTO APRILE 2019

DIFFERENZE TRA STRUMENTO VINTAGE E MODERNO

Le due domande che mi vengono maggiormente proposte dal pubblico che frequenta le esposizioni museali della mia collezione sono rivolte a conoscere i valori economici di importanti modelli e il motivo per il quale gli strumenti musicali prodotti nel passato offrano timbriche e caratteristiche sonore così diverse rispetto a quelli costruiti in genere dopo il 1974.

La mia risposta alla prima domanda è che gli strumenti ed amplificatori della mia collezione non hanno un valore economico in quanto non sono oggetti in vendita ma altresì assoluto valore sentimentale, artistico e storico.

La risposta alla seconda domanda è invece più articolata.

Un fattore di grande rilievo ma non l’unico a sentenziare le differenze tonali tra le epoche è individuabile nella diversa qualità delle materie prime che furono utilizzate rispetto a quelle utilizzate in seguito abbinate all’artigianalità esecutiva che si utilizzava rispetto alla meccanizzazione spesso computerizzata moderna.
Con questo concetto non voglio intendere che lo strumento o amplificatore costruito prima del 1975 dalla ditta Fender suoni meglio rispetto ad uno più recente, ma semplicemente affermo con assoluta sicurezza che risulta radicalmente differente se messo a confronto e chiunque potrebbe facilmente capirlo esercitando un confronto diretto tra identici modelli del passato e del presente alternandoli sugli stessi parametri di regolazione in un amplificatore di buona qualità, possibilmente vintage.

L’esecutore percepirebbe enormi differenze tecniche tra gli strumenti riscontrabili in frequenze tonali, equilibri di volumi bilanciati su tutta la tastiera, differenti vibrazioni armoniche e ‘sustain’ rilasciate dai legni alle corde, alla mano ed al corpo del musicista e soprattutto le dinamiche esecutive, quasi come se il vecchio strumento o amplificatore possa offrire al musicista anche una sorta di anima e non solo un suono che può sussurrare o colpire senza modificare il volume.

Spesso si tende anche a credere che un alone di leggenda o forma di pregiudizio dettato dal blasone e dalle valutazioni economiche a volte spropositate di certi strumenti possa forviare il giudizio razionale del musicista in merito ad un eventuale confronto ma posso assicurare che non è così e la differenza tra vecchio e moderno sullo stesso modello di strumento è davvero evidente; ripeto, non migliore o peggiore, ma semplicemente differente e questo è riscontrabile solo se si ha la fortuna e l’opportunità di testarlo personalmente.

Sottolineo personalmente in quanto il parametro di confronto audio non è assolutamente affidabile se eseguito da terze persone, neppure se registrato ed ascoltato su differenti supporti o impianti audio anche di alta qualità in quanto l’esatta sensazione di ciò che intendo comunicare è avvertibile solo suonando lo strumento a contatto vivo con l’amplificatore senza l’ausilio di nessun effetto ma di un semplice cavo di collegamento elettronico.

Per questa ragione ho sempre bocciato qualsiasi consiglio e richiesta ad allegare una sorta di supporto audio dimostrativo alle mie pubblicazioni in quanto sono sicuro che non renderebbero giusto merito a quello che nella realtà esprimono questi strumenti se vissuti di persona rispetto ad un ascolto registrato.

Posso asserire con sicurezza che due bassi o due chitarre Fender costruite nei decenni 1950/1960 costruiti artigianalmente dalla stessa mano nello stesso giorno ed utilizzando i medesimi materiali offrano in esecuzione lo stesso suono ma non la stessa voce differenziandosi tra loro in sfumature tonali ed armoniche che rendono ogni singolo strumento unico come gli esseri umani morfologicamente uguali ma differenti uno dall’altro nei caratteri somatici.

La produzione moderna di strumenti musicali anche quando definita artigianale è composta da componenti elettroniche e di liuteria realizzate utilizzando materie prime attuali programmate con l’ausilio di calibri elettronici e macchine computerizzate che nell’insieme offrono strumenti bellissimi, perfetti ed impeccabili ma piuttosto identici l’un l’altro in modo seriale.

Nel caso in cui oggi un liutaio replicasse artigianalmente la costruzione di uno strumento secondo i primi sistemi artigianali del passato si troverebbe ad utilizzare macchine e materie prime diverse da allora ed in conclusione otterrà sempre un risultato forse identico per forma ed estetica ma differente nelle qualità tecniche e sonore rispetto a quello di allora.

In passato, al contrario di oggi, quello che veniva costruito aveva la prerogativa di dover durare nel tempo e perciò l’utilizzo di materie prime di qualità, la robustezza e la solidità erano alla base etica di tutti i produttori in genere, spesso anche a discapito di ingombri e peso specifico che però hanno permesso di tramandare alle future generazioni i mobili, i giocattoli, gli utensili, le automobili, gli elettrodomestici ed oggetti in genere ancor oggi perfettamente funzionanti malgrado siano trascorsi diversi decenni dalla loro realizzazione.

Oggi le aziende in nome del progresso e del consumismo creano in maggior parte oggetti preposti fin dalla nascita ad avere un termine di vita programmato perseguendo lo scopo di ridurre sempre più le dimensioni, gli ingombri ed il peso che è esattamente l’opposto obiettivo rispetto agli intenti dei nostri predecessori.

Se pensiamo al periodo storico tra gli anni 1940 e 1950 durante la ripresa economica dell’immediato dopoguerra ricorderemo che il legno era una delle materie prime più sfruttate in tantissimi settori industriali in quanto permetteva facilità di lavorazione, di ottima qualità in quanto proveniente da foreste incontaminate da esposizioni di inesistenti inquinamenti atmosferici e piogge acide e subivano periodi di diversi anni di stagionatura ed essiccatura naturale che ne permettessero la successiva lavorazione artigianale.

A tutt’oggi invece il legname proviene da boschi che hanno subìto anni di inquinamento atmosferico globale e per motivi economici viene trattato chimicamente con processi di invecchiamento accelerato in forni depressurizzanti che ne consente la lavorazione dopo soli pochi mesi dall’avvenuto abbattimento con risultati drastici che gli occhi e le orecchie possono facilmente percepire paragonandole alle tradizionali e più datate forniture.

Non è quindi un caso se nei primi anni della produzione Fender alcuni dei corpi di chitarre e bassi furono ricavati da uniche assi di frassino senza incollature sfruttando la sezione più dimensionata della parte centrale del fusto abbattuto e laddove il tronco perdeva la dimensione sufficiente ad ottenere un asse unica si incollavano due pezzi tra loro così da ottenere le misure necessarie evitando l’utilizzo delle estremità del tronco in alto più deboli o delle basi degli alberi più nodose e radicate.

Durante la metà degli anni ’50 con la ripresa economica succeduta alle precedenti guerre, le fabbriche siderurgiche statunitensi divennero sempre più protagoniste dello sviluppo economico modificando velocemente anche l’intero mercato delle materie prime che videro sostituire gradualmente il legname con il metallo in tanti settori in quanto il nuovo prodotto siderurgico offriva campi di impiego più ampi a costi gradualmente sempre più contenuti rispetto al primo dopoguerra.

“Avevo 19 anni quando, a Zurigo, comprai da “Musik Hüsli” la mia prima Fender Stratocaster “Black” maple neck del ’79”

Flavio Camorani

“Il nostro libro Our Vintage Soul aiuterà tanti appassionati di “veri” strumenti Fender pre-1974″

Favio Camorani

APPROFONDIMENTO MARZO 2019

LA NASCITA DELLA CHITARRA ELETTRICA – PARTE 3

Un particolare curioso che rende buon esempio di quanto divenne difficoltoso mantenere i ritmi lavorativi fu che la Ditta dovette assumere una persona solo per controllare la chiusura serale e riapertura mattutina delle centinaia di porte che erano suddivise nei vari capannoni industriali e così nel corso del 1964 Leo ed i suoi soci decisero di reperire un socio che potesse condividere con nuove forze la proprietà dell’Azienda mantenendone il Marchio ed il controllo di qualità.

Lo Staff tecnico di Leo Fender individuò nel colosso televisivo CBS il nuovo potenziale importante Partner e nel gennaio del 1965 dopo giorni di trattative venne definita ufficialmente la vendita percentuale alla famosa compagnia televisiva per una cifra stellare di oltre 13 milioni di dollari.
Le regole contrattuali furono definite e firmate tra le parti ma nella realtà i nuovi ingegneri tecnici proposti dalla CBS apportarono immediatamente modifiche e nuove direttive alla catena produttiva aziendale senza rendere oltremodo partecipe la precedente dirigenza che dal canto suo aveva comunque già ottenuto grande soddisfazione dal lato economico e come desiderato mirava ad escludersi gradualmente dal precedente oneroso impegno lavorativo.

A seguito di questa operazione i collaboratori più stretti di Leo rimasero in attività stipendiati con mansioni dirigenziali al ‘controllo di qualità’ produttiva per i successivi cinque anni (1965/1970) ma qualcuno di loro decise di abbandonare l’attività.
Nel 1967 Forrest White abbandonò suo malgrado il ruolo che svolse fino ad allora di dirigente aziendale in quanto non concordava con la nuova linea direttiva imposta dal nuovo Partner CBS in disaccordo con le modifiche costruttive imposte volte all’ incremento di produzione a discapito della qualità delle materie prime sui prodotti Fender.

Sfruttando il successo ottenuto fino ad allora la nuova proprietà mantenne comunque buona parte delle idee che Forrest White applicò fin dal suo ingresso dirigenziale avvenuto nel corso del 1953 aggiungendo però rilevanti modifiche nella catena produttiva mirate a realizzare ogni possibile forma di risparmio economico rispetto alle precedenti procedure sfruttando l’immagine e l’importante blasone di serietà ed alta qualità che aveva ottenuto fino ad allora il Marchio Fender.
Il nuovo progetto comprendeva nuove assunzioni di personale, acquisto di materie prime più economiche rispetto al passato e l’ennesima espansione in nuovi e più grandi stabilimenti dotati di macchinari tecnologici all’avanguardia che permettessero di meccanizzare e velocizzare nuove tempistiche di lavorazione rimpiazzando la lenta e costosa artigianalità precedente.
Fin dai primi anni ’50 l’alta qualità dei prodotti Fender aveva elevato il marchio ad essere la più accreditata ed affidabile fabbrica di strumenti musicali elettrici al mondo, ma purtroppo la meccanizzazione e l’impoverimento qualitativo a seguito della fusione societaria del 1965 ne decretò il primo parziale declino.

La continua ricerca da parte degli ingegneri CBS ad individuare sempre nuovi modelli di strumenti da proporre sul mercato portò alla produzione di chitarre e bassi che ebbero vita brevissima ( Bass V, Custom, Electric XII, Swinger, Coronado) o addirittura furono prodotti in pochi prototipi di cui si conosce solo l’esistenza ma che mai vennero messi ufficialmente in catalogo (Marauder).
In interviste rilasciate da alcuni degli impiegati successive alla scissione totale tra la vecchia proprietà e la CBS venne dichiarato che qualche nuovo modello creato a seguito della fusione societaria venne progettato e costruito all’insaputa dello staff di Leo Fender che comunque non aveva più nessun interesse particolare a controllare e seguire le moderne produzioni ma fu anche dichiarato che probabilmente se avessero preso conoscenza per tempo di questi fallimentari progetti probabilmente non ne avrebbero mai appoggiato la messa in produzione in quanto distanti dalle caratteristiche tecniche in confronto ai prodotti antecedenti la fusione societaria.

La definitiva scissione fra Leo Fender e la CBS avvenne il 31 Dicembre del 1974, anche se già in precedenza altri suoi storici collaboratori come Don Randall, George Fullerton e Freddie Tavares si erano gradualmente congedati per poi ritrovarsi in parte protagonisti in seguito per nuovi progetti industriali nello stesso settore che si succedettero come Musicman o G&L.
Dan Smith, l’ultimo ‘sopravvissuto’ impiegato storico rimasto in attività alla Cbs, diede vita in un piccolo stabilimento a Fullerton in California fra il 1982 ed il 1984 al progetto ‘Vintage reissue’ (tradotto in seguito in ‘Custom Shop’ di oggi) nel quale, seguendo le antiche metodologie artigianali, vennero costruiti modelli di chitarre e bassi che richiamavano fedelmente gli strumenti del passato tanto desiderati utilizzando materiali di buona qualità con ottimi risultati.
Non è quindi una casualità se i collezionisti ed i musicisti in genere prediligono gli strumenti e gli amplificatori Fender prodotti prima del 1965 ritenuti ‘autoctoni’ o comunque quantomeno non costruiti oltre il 1974.

“Avevo 19 anni quando, a Zurigo, comprai da “Musik Hüsli” la mia prima Fender Stratocaster “Black” maple neck del ’79”

Flavio Camorani

“Il nostro libro Our Vintage Soul aiuterà tanti appassionati di “veri” strumenti Fender pre-1974″

Favio Camorani

APPROFONDIMENTO FEBBRAIO 2019

LA NASCITA DELLA CHITARRA ELETTRICA – PARTE 2

La fabbrica nacque con due edifici di circa 200 metri quadri complessivi dove rudimentali paratie di legno separavano tra loro i reparti di falegnameria, camera di verniciatura, tavoli per assemblaggi, scansie di magazzino ed ufficio mancando addirittura di servizi igienico-sanitari per il quale scopo inizialmente il personale doveva adattarsi utilizzando i locali della vicina Stazione ferroviaria del Paese.

Questi capannoni rappresentavano l’intera primordiale fabbrica che diede vita ai primi strumenti ed amplificatori ideati da Leo Fender e dai suoi collaboratori che videro accrescere velocemente le richieste da parte di rivenditori e musicisti tanto da necessitare il trasferimento a breve in tre più capienti edifici corredati da nuovi macchinari ed ulteriore manovalanza.

Alla fine degli anni ’40 la fervente ripresa economica del dopo guerra accompagnava una progressiva evoluzione musicale e l’ingresso sulle scene di questa nuova gamma di amplificatori e strumenti elettrici a corde offrì le condizioni tecniche ottimali ai tanti musicisti che erano alla continua ricerca di differenti sonorità ed accentuati volumi da poter esprimere nelle loro esibizioni dal vivo guidando ad un esponenziale successo il nuovo marchio Fender.

Da allora ad oggi le migliaia di strumenti ed amplificatori costruiti sono stati venduti in ogni nazione e sono divenuti principale materia di ricerca di collezionisti e musicisti che ambiscono a recuperarli con relative custodie, accessori e cartellini identificativi quanto più esteticamente completi e ben conservati.
Naturalmente nel corso dei decenni la maggior parte di questi strumenti ed amplificatori che hanno accompagnato migliaia di artisti sui palchi di tutto il mondo hanno subìto usure, modifiche, restauri o riverniciature e solo una minima percentuale di loro risulta ad oggi integra e completa di accessori.
Come logico questo fattore implica che al ritrovamento di un vecchio strumento usato ne scaturisca una attenta analisi per valutarne le condizioni conservative e di originalità; dopodiché spesso si rende necessario un restauro qualora si presentino defezioni tecniche rimediabili per donargli nuovamente autenticità e corrette funzionalità.

Non abbiamo un rapporto dettagliato e preciso di quante chitarre Telecaster ed Esquire ‘Blackguard’ furono prodotte fra il 1951 ed il 1955 ma considerando le lente tempistiche artigianali di allora unite alle restrizioni commerciali imposte dal governo a seguito del conflitto bellico in Korea che causarono rallentamenti produttivi dovuti alla scarsa reperibilità di componenti prodotti in metallo dall’estate del 1950, le stime ipotetiche si aggirano ad un totale di alcune migliaia di unità (si presume circa 1000 all’anno).

Fino ad allora (correva l’anno 1949) la tecnica costruttiva di strumenti musicali prodotti da ditte come Gibson, Gretch e Rickenbacker era basata su di un disegno di bassi e chitarre che vedevano manico e corpo incollati tra loro con caratteristiche tecniche generali che purtroppo ne limitavano eventuali riparazioni spesso richieste dai musicisti.

Fu per primo Leonidas Fender ad intuire che come avveniva già da tempo nel settore costruttivo automobilistico, progettare uno strumento che offrisse facilità di riparazioni o sostituzioni delle sue componenti danneggiate o usurate assemblabili ed intercambiabili tra loro potesse aprire larghi orizzonti al nascente mercato del settore dell’industria di strumenti musicali proponendo oggetti di facile realizzazione che offrissero nel contempo maggiori regolazioni tecniche e praticità di interventi per richieste riparazioni.

Questa lungimirante intuizione fu tatticamente supportata in seguito da altrettanto geniali campagne pubblicitarie all’avanguardia che proponevano i prodotti Fender in eleganti cataloghi e manifesti ricchi di moderni slogan, vivaci colori ed immagini dove venivano anno per anno evidenziati i nuovi modelli con le rispettive caratteristiche tecniche ed accessori o parti di ricambio a disposizione dei negozi rivenditori.

Nel primo catalogo Fender risalente al maggio 1950 la chitarra elettrica spagnola ( ‘ES’ – Electric Spanish) denominata Esquire venne presentata ufficialmente come un innovativo strumento musicale che offriva la novità di regolare l’altezza delle singole corde sulla tastiera, di sostituire un manico danneggiato o con i tasti consumati sfruttando lo slogan “Si cambia in circa 10 minuti!” e finalmente permetteva di ottenere un volume accentuato in esecuzione senza provocare indesiderate dissonanze o rimbombi fino ad allora vera croce dei musicisti.

Il marchio Fender fu in assoluto il primo della categoria ad offrire al musicista la possibilità di ottenere modifiche o riparazioni apportabili a richiesta sul proprio strumento già precedentemente acquistato senza alterarne l’originalità come l’aggiunta di un ponte con tremolo su una Stratocaster prodotta con ponte fisso, o di cambiare la colorazione del corpo, o di sostituire un intero manico danneggiato o con i tasti consumati dall’usura.

Agli inizi degli anni ’60 la fabbrica Fender era gradualmente cresciuta incrementando progressivamente la grandezza delle proprie sedi ed il numero del personale addetto garantendo comunque ai suoi rivenditori e clienti prodotti di impeccabile qualità ed affidabilità.
Nella metà del decennio ’60 la Ditta aveva raggiunto enormi proporzioni industriali e l’intero organico formato da oltre cento impiegati stentava a soddisfare le sempre crescenti richieste di mercato.

APPROFONDIMENTO GENNAIO 2019

LA NASCITA DELLA CHITARRA ELETTRICA – PARTE 1

Nel 1948 Clarence Leo Fender già titolare di un laboratorio di riparazioni radio e televisori assunse  un giovane impiegato di nome George Fullerton che si rivelò immediatamente molto abile e preparato nel settore dell’elettronica e progettazione in generale.

Collaborando a diverse idee e progetti, dopo diversi esperimenti e studi, riuscirono nell’intento di trasformare la ‘lap steel’ hawaiana in ‘Electric Spanish’ (‘ES’) esaudendo finalmente le richieste dei musicisti che lamentavano fino ad allora la problematica di potere amplificare le proprie chitarre acustiche ad alti volumi senza causare fastidiose risonanze sonore.

Leo e George in successive interviste di repertorio dichiararono di avere ‘partorito’ lo strumento ufficiale dopo avere vagato nei locali notturni frequentati dai musicisti di allora appositamente per individuare, elaborare e fare testare direttamente i loro prototipi dagli artisti raccogliendo critiche e consigli che li guidassero ad individuarne e correggerne eventuali difetti strutturali fino ad ottenere il risultato finale desiderato.

Come immaginabile questi primi prototipi necessitarono di piccoli accorgimenti tecnici che vennero apportati nei mesi che seguirono la sua presentazione ufficiale al convegno dello strumento musicale statunitense N.A.M.M. nel luglio del 1950.

In quel contesto la nuova chitarra elettrica era offerta in unico colore nero e batti penna bianco al prezzo di 139,95$ con un microfono (a 169,95 $ se con due microfoni) abbinandola ad una elegante cinghia reggi chitarra ed opzionalmente ad un astuccio a forma di ‘termometro’ in cuoio o di legno rivestito prodotto dalla ditta Bulwin al costo accessorio di 39,95$ .

Poche decine di esemplari vennero prodotti con le caratteristiche descritte nel primo catalogo di lancio ed a breve vennero apportate alcune modifiche e migliorìe tecnico-costruttive tra le quali: l’aggiunta del bottone abbassa corde sulla paletta, feritoie interne come sede dei fili dell’elettronica, la barra metallica regolabile all’interno del manico che ne aumentasse robustezza e stabilità, la sostituzione di alcune materie prime come per esempio il corpo costruito in frassino e non più in pino, il batti penna da colore bianco a nero, la finitura del corpo da nero a Blonde/Butterscotch.

Sperimentazioni che terminarono nel 1951 quando, dopo alcune controversie giuridiche nei confronti della Ditta concorrente Gretsch, venne scelto il nome definitivo di identificazione ‘Esquire’  se con un microfono o ‘Telecaster’ se con due microfoni.

Alla nascita dell’attività commerciale,  la costruzione e l’assemblaggio dello strumento e dell’amplificatore musicale Fender venne svolta in modo totalmente artigianale da pochi impiegati che diedero vita ad una produzione complessiva limitata a poche decine di unità di strumenti ed amplificatori al mese.

Per avere un quadro esatto delle realtà costruttive di quel periodo storico è fondamentale capire che alla metà del secolo scorso le persone che noi oggi definiamo tecnicamente ‘liutai’ non erano che comuni artigiani spesso di origine messicana che ogni giorno lavoravano con manualità le materie prime reperibili sul mercato nei vari periodi storici eseguendo le mansioni loro affidate secondo le direttive dettate dall’Azienda.

Particolare curioso è che normali operai ed impiegati di una ditta di strumenti musicali del passato mai avrebbero immaginato che la loro firma o sigla identificativa apposta su assi di legno che intagliavano quotidianamente avrebbe dato vita ad oggetti di importante valore storico ed economico che a distanza di decenni tanti appassionati come noi avrebbero studiato ed approfondito minuziosamente.