Tutto inizio’ quando conobbi Davide che a quel tempo suonava la chitarra classica al conservatorio e una Telecaster del ’68 in una rock band locale di cui, in seguito, divenni il bassista (CafeCino e in seguito TURN editi dalla Freeland Recods).

Davide, vista la mia indiscreta voglia di smontargli la chitarra con la scusa di riparargliela, penso’ bene di presentarmi al maestro liutaio Francesco Abramo di Catania che tra ponticelli e verniciature, stagionatura e intonazione guido’ la costruzione del mio primo basso elettrico che chiamai Arthur. Questa esperienza accrebbe ancor più’ la mia passione per lo strumento musicale, ma il maestro Abramo essendo un liutaio d’impostazione classica non poteva aiutarmi molto nel campo elettrico.

Iniziai allora una ricerca che mi portò a disturbare il Maestro Roberto “New Old Stock” Pistolesi. Non so se la sua estrema disponibilità’ nei miei confronti fu perché’ gli stavo simpatico o per educazione, fatto sta che mi accolse come se fossimo amici di lunga data e tra pasta asciutta e attrezzi autocostruiti iniziò a educarmi all’arte del “grande suono”.
Grazie Roberto, grande amico, resti sempre nella memoria di tutti noi come il più grande “Liutaio Elettrico” d’italia!

Sono passati già tanti anni da quei giorni e di cose ne ho imparate tante, al punto che oggi la Orlando Musical Instruments e’ una realtà’ professionale che produce manufatti di qualità’ e assiste migliaia di artisti in Italia e all’estero con passione e con l’obbiettivo primario di riaffermare senza compromessi il concetto di “qualità’ del suono” e dello strumento musicale alla portata di tutti.

INFO E CONTATTI:
WEB: www.orlandoamps.com
EMAIL: info@orlando-guitars.com

Per gli appassionati delle valvole….

Pubblicato da Osvaldo Lo Iacono su Mercoledì 25 luglio 2018

Chi vuole farsi "azzannare" dalle nuove zanne #orlandoamps non ha che da venire allo #zannefestival !!! 😉

Pubblicato da Giuseppe Orlando su Venerdì 17 luglio 2015

APPROFONDIMENTO MARZO  2020

ALCHIMIE DEL PICKUP

“Ottomila trecentocinquanta spire di rame smaltato avvolti su sei poli … “. Inizia così l’articolo di Zio Roberto “New Old Stock” Pistolesi scritto nel numero 6 sulla rivista Nashville nel giugno del 1995.

L’articolo parlava di una prova comparativa “inutile” fatta dal rinomato Guitar Player su diverse repliche di pickups per stratocaster dove Zio Roberto criticava, giustamente, il fatto che la prova di ascolto era stata eseguita con i pickups montati su chitarre diverse. Sappiamo bene che i legni, i ponti e persino i capotasti influiscono non poco sul suono di uno strumento e quindi, in quel di Santa Croce, fu fatta una vera comparativa montando i pickups sulla stessa chitarra, con le stesse corde, ponte e legni. Non mi voglio dilungare sull’esito e sui dettagli di quella prova.

Tutto questo lo racconto per farvi capire il livello di “acutezza” di Zio Roberto e di quanto lui fosse determinato e coerente in ciò che faceva. Quindi, ecco ciò che voglio ora raccontarvi.

Un giorno, parlando di questo articolo gli chiesi: Roberto ma, se sappiamo che tipo di magnete usavano, che tipo di filo, le dimensioni delle bobine e quante spire occorro, perché tuttavia c’è questa grande differenza di suono tra le varie marche? La risposta mi lasciò perplesso e allo stesso tempo speranzoso di una probabile soluzione.
Lui rispose: “sono i magneti che sono diversi”. Capite? Lui sosteneva che per fare una esatta replica serviva trovare lo stesso magnete usato negli anni 60! Praticamente impossibile!

Così dal 1998 cerco in tutto il mondo magneti di Alnico V in grado di darmi quelle sfumature timbriche che “sento” solo sul mio “test pick-up”. Un Fender Stratocaster del 1965.
Dopo 22 ordini di magneti e diversi anni di prove, posso dire che Zio Roberto aveva ragione. Ho trovato un’azienda americana che produce in USA da tanti anni e che ancora non ha delocalizzato (per la sola produzione degli Alnico) che mi ha mandato dei magneti molto simili (nel suono) ai vecchi magneti usati da Fender.

La cosa più curiosa è che ho capito, forse, perché suonano diversi rispetto tutti agli altri 21 magneti che in un modo o in un altro sono prodotti in Cina.
Io credo che le fonderie cinesi per la loro “pragmaticità” usano i “lingotti” dei metalli di cui è costituita la lega Alnico mentre in USA sciolgono rottami. Sembra una banalità ma se ci pensate bene non lo è. Se siete stai in una fonderia avete forse più chiaro di cosa parlo. Analizzando già visivamente i tondini di Alnico V Cinesi si vede subito che sono compatti e lucidi. Quelli americani, fatti invece da rottami di auto, lattine e chissà cos’altro, sono spesso pieni di inclusioni carboniose e hanno un aspetto meno lucido. In foto a destra, dei vecchi pickups strato del 65. Vedete quelle piccole macchie” spesso al centro di qualche magnete?

Eccovi svelato il mio piccolo segreto e perché sono riuscito ad ottenere dei pick-up che suonano veramente come i vecchi!
Purtroppo, come in tutte le cose belle c’è sempre un insidioso problema nascosto. Questa ditta non fornisce il mercato “commerciale e\o industriale” ma vende solo ai militari. Non possono vendere ai piccoli artigiani e se lo fanno vendono solo i loro piccoli surplus.

Inoltre non vogliono tagliarmi i tondini a misura e me li danno in barrette da 6,5 pollici. Sono costretto a tagliarmeli io e vi assicuro che non è affatto facile.
Ecco perché la mia produzione di pick-ups è così piccola ma ogni volta che monto un set sento Zio Roberto sorridere!

Rock’nRoll

Giuseppe Orlando

APPROFONDIMENTO FEBBRAIO 2020

WHITE HEAD COMBO

La EF86, pentodo preamplificatore, montata sul leggendario VOX AC15

Il pentodo 6SJ7 che ha reso famosi il Gibson GA25 e il Fender Champ. In WhiteHead Combo, due preamplificatori con valvole diverse si uniscono ad un finale in classe A da 14 Watts per trasferire a chi lo ascolta le reali emozioni della propria anima! Componenti NOS, cablaggio Point to Point. Dinamica, timbro e armoniche. La rabbia del Blues non ha mai avuto voce migliore!

Il pentodo, a differenza del comune triodo nella preamplificazione è molto più ruggente e armonico!

Ascolta l’anima superba Blues!

Mobile in multistrato di betulla da 12 mm per essere leggero e allo stesso tempo, robusto. Un Celestion Alnico Blue per dare voce ad ogni singolo sospiro delle corde. Trasformatori sovradimensionati e avvolti con le vecchie tecniche per assicurare un uso continuo senza perdita di prestazioni nel tempo.

Queste alcune caratteristiche di WhiteHead Combo! Un’ampli magico capace di ascoltare e interpretare ogni singola emozione delle tue mani

Rock’nRoll

Giuseppe Orlando

APPROFONDIMENTO GENNAIO 2020

Pedalini, cavi e switchers. Una giungla di suoni. Ovvero: qualche trucco per non inciampare!

Ciao a tutti,
Sono passati gli anni ottanta e finalmente si è capito che non serve un’ampli multicanale per avere un buon overdrive.

È più comodo e “versatile” (parola che comunque odio) affidarsi ad un buon ampli monocanale su cui iniettare tutti gli stompboxes preferiti per ottenere un suono desiderato dove un’ampli da solo non può arrivare. Ma quali sono i rischi?

Come dice spesso Zio Pete (Pete Cornish) il routing e il trattamento del segnale attraverso una serie di pedalini non è complicato, basta tenere d’occhio le impedenze e la massa. Facile a dirsi!

Non voglio annoiarvi con cose tecniche. Di true-bypass e buffers se ne è parlato già a sufficienza ma desidero chiarire il concetto: Il segnale ad alta impedenza dei pickups della chitarra soffre molto le connessioni e i cavi soprattutto alle alte frequenze. Qualsiasi stompbox “attivo” invece è immune a queste perdite.
Questo fa si che, anche nel caso di un pedalino teoricamente trasparente, avremo due suoni diversi e dovremmo cambiare l’equalizzazione dell’ampli ogni volta che schiacciamo lo switch del pedalino

Quindi, primo consiglio: se si usano più di tre pedalini è meglio affidarsi a due buffer. Uno in ingresso o di bypass e l’altro alla fine della catena di pedali. Questo fa si che avremmo la stessa equalizzazione sia con effetti in “ON” che in bypass

Due: L’overdrive e le distorsioni si ottengono meglio con più pedalini “in cascata”. Gli overdrive e i distorsori suonano meglio se leggermente sottoalimentati …. tipo 7-8Vdc!

Tre: Le alimentazioni dei diversi pedalini dovrebbero essere separate tutte “galvanicamente” (un trasformatore per ogni pedale). Questo evita qualsiasi “loop di massa”. Le alimentazioni della sezione di boost/overdrive/distorsori deve essere comunque separata da quella delle modulazioni (flanger/delay/chorus/reverb)

Quattro: se si usano più di tre StompBox è meglio fissare il tutto in una pedana in maniera solida ed efficiente. Una pedaliera “approssimata” è causa di stress e problemi che “nuocciono gravemente alla salute dell’artista!”

Cinque: nelle pedaliere assemblate assicurarsi di avere lo spazio per poter sfilare i jack. In caso di emergenza può essere utile essere veloci nell’eliminare un effetto che non va! Consiglio anche, una volta al mese, di sfilare e infilare i jack ripetutamente dai relativi pedalini. Questo “pulisce” i contatti e ci permette di controllare lo stato dei cavetti

Sei: per fissare i pedali sulla pedaliera il velcro (quello buono della 3M) va bene ma le viti sono meglio! Se siete sicuri di non volere più sostituire pedali dalla vostra pedaliera, fissateli con le viti!

Sette: se usate il send-return dell’ampli e magari avete due sezioni di pedali, una in Input e una in send-return, e magari comandate il tutto da uno switcher, assicuratevi di non creare loop di massa. Se questo accade si rende necessario un piccolo trasformatore di isolamento sull’uscita per il send-return.

Se tutto quello che vi ho scritto vi sembra scritto in lingua “marziana”, fatevi aiutare da qualche bravo tecnico o chiedetemi. Sarò felice di aiutarvi!
Rock’nRoll

Giuseppe Orlando

APPROFONDIMENTO DICEMBRE 2019

“Extra Deep Sound” è la nuova tendenza della chitarra elettrica?

Ciao a tutti e ben ritrovati,

In questi ultimi mesi mi sta capitando, sempre più spesso, di ricevere richieste in basso! No, non pensate male! Quello che mi si chiede è di realizzare ampli, casse e pickups che suonino più in basso, più “deep”. Sarà che l’orecchio dei musicisti preferisce oggi suoni più caldi e corposi!? È forse che siamo ormai annichiliti dalla bassa qualità moderna (vedi mp3, youtube, registrazioni digitali etc. etc.) e ricerchiamo nel nostro strumento quelle frequenze ormai perse da ascolti frettolosi e freddi!? Ma se è così, non rischiamo di stravolgere il suono della nostra amata chitarra!?

Considerazioni a parte, il mese scorso, Sebastiano, possessore del MobyDick N 005 mi chiede di costruire una cassa bass-reflex da accoppiare al suo compagno di viaggio.

Bass-reflex per chitarra gli risposi?  Si, ne ho visti un paio negli anni 70 ma non mi pare abbiano avuto un così grande successo. Ma lui è troppo determinato! La vuole. E così, mi metto a guardare alcuni schemi e progetti di buone casse bass-reflex decidendo infine di studiare e rimodulare la famosa TL-606 della Electrovoice adattandola a contenere 2X12 piuttosto che un solo altoparlante da 15 inch.

Lo so, la TL 606 è una cassa PA ma qui siamo proprio a dover costruire una cassa monovia con bass-reflex ! Non dovevo pensare ad una cassa per chitarra ma a qualcosa che suonasse diversamente da quella che è già in dotazione su MobyDick.

Il risultato è stato “micidiale” se accoppiata all’altra cassa! Da sola suona (per me) troppo deep appunto e visto che il nostro orecchio è abbastanza capriccioso, se ascolta troppi bassi non sente bene né gli acuti e né i medi (frequenze caratteristiche della chitarra).

Ascoltare lo “stack” completo invece è qualcosa di magico! Le frequenze, tutte, arrivano da 360 gradi, in un modo che io definisco “stereoscopico” che puoi non solo vedere ma quasi toccare e con una definizione di colori paragonabili alle migliori “Tannoy”

Sebastiano è ora felice. I suoi vicini un po’ meno!

Rock’nRoll

APPROFONDIMENTO settembre  2019

Un suono grande grande e un altro sogno realizzato!

 

 

Ciao a tutti,

Oggi voglio parlarvi di come a volte essere determinati può portare a concedersi quell’oggetto del desiderio che abbiamo solo sognato.

Entra al Lab Paolo Spadaro. Ragazzo di Messina con passione e tecnica non comuni. Mi parla per ore del grande Chet Atkins, di come lo ha influenzato, e di come ha cambiato e ispirato quasi tutti i costruttori e musicisti degli anni 50-60 e io, gli credo!

Ha diverse chitarre, tutte ovviamente possedute dal suo idolo. Dal dobro Del Vecchio “Dinamico” alla Gibson con corde in nylon edizione speciale, per finire in una Gretsch 6122/1959 reissue su cui ha cambiato il pickup al ponte con un originale Supertron anni 60 per avvicinarsi il più possibile al grande Atkins.

Tuttavia gli restava ancora un tassello importantissimo, oggetto chiave del suono elettrico di Chet: un amplificatore “STANDELL” con uno speaker da 15 inch. Il 15 pollici infatti enfatizza i medio bassi (suoni chiave della tecnica fingerstyle) e smorza leggermente gli acuti.

Caso volle che al Lab c’erano due Acetone, un WhiteHead Combo pronti per essere spediti oltre il mio personale MobyDick. Avevo anche un prototipo di quella che doveva diventare la cassa del futuro ampli da basso di casa Orlando. Ovviamente era equipaggiata con un EVL15 inch. 

Capite subito che un tipo come Paolo e uno come me non si fanno problemi a scollegare qualche filo e fare qualche test! Così passammo un pomeriggio a scollegare e collegare casse, ampli, speakers e chitarre. La passione e l’orecchio di Paolo mi emozionavano!

L’ampli che più dava a Paolo il clean armonico e dinamico che desiderava fu Acetone ma sull’altoparlante c’erano ancora dubbi. Abbiamo sentito l’Electro Voice, il Celestion Pulse, Il celestion FTR PA ma ancora qualcosa non quadrava. Paolo, forte delle esperienze di suoi amici d’oltre oceano, decise per un Weber California con cupola in carta e mi ordinò un Acetone PiggyBack con cassa larga capace di ospitare il nuovo speaker da 15 pollici che ordinai subito.

Ecco come nasce un mio prodotto. I vostri desideri e la mia esperienza creano prodotti meravigliosi e dal carattere unico. Vi presento  “Acetone Special FullBack”!

Rock’nRoll

 

APPROFONDIMENTO AGOSTO 2019

MOBY DICK

 

Due preamplificatori con valvole diverse. Una “Inglese” Ecc83 per il canale rosso e una “Americana” 6SJ7 sul canale Verde. Due suoni completamente diversi che si uniscono su un finale in classe A con quattro 6V6G esclusivamente NOS.

MobyDick è un ampli completo che offre una tavolozza di suoni mai visti in un unico ampli!

Cablaggio Point to Point, componenti NOS. Il massimo in riparabilita’ e suono!

Valvole finali e componenti rigorosamente NOS. Trasformatori sovradimensionati, progettati e costruiti per “uso continuo”, avvolti con cura con le vecchie tecniche di stratificazione a carta e doppio isolamento. Potenziomentri CTS, resistenze e condensatori di qualità militare. Mobili in betulla assemblati con spine in legno e le migliori colle disponibili. Rifiniture ricercate e eseguite utilizzando solo materiali di prima qualità.

MobyDick è un’amplificatore artigianale dal carattere unico. Qualsiasi sia il tuo style, MobyDick saprà sempre spingerti oltre!

 

APPROFONDIMENTO LUGLIO  2019

ACETONE

 

AceTone Guitar Amp. Un “ampli da lavoro” per il musicista eclettico che pretende il massimo della qualità su cui costruire il Suo Suono!

Il Sound Inglese trova oggi l’interprete perfetto in AceTone. Un ampli preciso e muscoloso capace di far “suonare” qualsiasi pedale. Il preamplificatore dell’ HIWATT DR103 sul ruggente finale del vecchio Marshall JMP, il tutto cablato con componenti NOS creano un “Clean” meravigliosamente caldo e profondo ma allo stesso tempo brillante e dinamico. L’ingresso a basso guadagno e i controlli di tono precisi di Mr. Reeves (che infinitamente ringrazio!) consentono a tutti i pedali di esprimersi come non mai!

La doppia rettificazione a Valvole nella versione “PiggyBack” e la singola GZ34 nella versione “Combo” riescono a donare una morbidezza mai vista in un ampli di alta potenza. Potenziomentri CTS, resistenze e condensatori NOS. Mobili in betulla per assicurare rigidità e leggerezza. Rifiniture ricercate e eseguite utilizzando solo materiali di prima qualità.

AceTone è per chi vuole un’ampli per suonare ovunque, dovunque e a qualsiasi volume.

 

APPROFONDIMENTO GIUGNO 2019

WhiteHead 30

 

WhiteHead 30 è l’idea di un cliente capriccioso! Desiderava la possibilità di sostituire le valvole finali per poter spaziare tra i suoni delle ruggenti El84 Inglesi o le dolci 6V6G Americane. Potendo, i due tipi di valvole, condividere lo stesso trasformatore d’uscita, lo accontentai.

Io non credo nella “versatilità” ma il risultato fu strepitoso! Due preamplificatori indipendenti, la possibilità di montare due tipi di “finali”dal suono completamente diverso, il reverbero a molle e il tremolo rendono WhiteHead 30 un’ampli dalle possibilità timbriche infinite!

La possibilità di mettere le EL84 o le 6V6
Il timbro Inglese o Americano? …a te la scelta!

Due preamplificatori uguali ma separati per creare due suoni completamente diversi. Un selettore di “timbro” per ciascuno di essi. Un finale in classe A di 28watts RMS con valvole intercambiabili. Impedenza d’uscita di 4, 8 e 16 ohms. La possibilità di includere il reverbero e il tremolo(opzionali). WhiteHead30 è il massimo della versatilità che un’amplificatore a valvole di qualità può darti!

Preamplificatore:
due canali indipendenti
con valvole tipo ECC83

Controlli:
Gain, “tone selector: Deep – Mellow – Bright”; Treble e Bass per ogni canale. MasterVolume generale.

Effetti (opzionali):
Reverbero e Tremolo gestiti interamente da valvole. Tanica lunga a tre molle Accutronics. Controlli: Reverb Mix, Speed e Intensity sul pannello posteriore.

Cambio Canali:
da pannello o da footswitch incluso.
Se esclusi, il canale o gli effetti vengono totalmente esclusi dalla “linea” del segnale per ottimizzare il segnale che arriva al finale di potenza.

Finale Di Potenza:
Push Pull in classe A di quattro 6V6G NOS o quattro EL84.
28 Watts RMS. Trasformatore d’uscita sovradimensionato per bassi piu’ corposi e puliti cristallini. Impedenza d’uscita 4, 8, e 16 ohms.
Potenziometro di bilanciamento delle valvole finali per un corretto allineamento del push-pull.

Alimentazione:
Trasformatore sovradimensionato per assicurare una lunga durata anche a stress continui. Multitensione Vac 117, 220, 230. Raddrizzatore a valvola tipo GZ34 o 5U4 per un suono piu’ caldo e dinamico.

Altoparlanti:
Due Celestion Alnico Blue. Impedenza totale 16 ohms.

Mobile:
Multistrato di betulla baltica innestato con spine da 8mm. Colla alifatica insensibile all’umidita’ ed agli sbalzi termici.

APPROFONDIMENTO MAGGIO 2019

Orlando Pantera Special

 

Ciao a tutti,

oggi desidero raccontarvi come il mio lavoro mi ha portato a esplorare il mondo “sonico” in maniera non proprio convenzionale.

Era il 1999 e al laboratorio entra un ragazzino appassionato di musica d’oltre oceano come i Jesus Lizard, i Rapeman fino ad arrivare ai Melvins. Il suo atteggiamento era positivo, entusiasta e soprattutto determinato a fare qualcosa di unico e “suo”! 

Allora chitarrista di una band locale chiamata “Pornography”, Vincenzo mi chiese quindi di costruire una chitarra di Alluminio!

La storia ci ha già regalato strumenti elettrici in alluminio come le Dobro o le elettriche Travis Bean, Kramer e Veleno, e mi sono detto:  ….Si! si può fare, ma non copierò nessuno degli esempi storici! Lui disse: ok!

Ecco come naque “Pantera Special”: Corpo in alluminio scatolato e avvitato, con anima centrale a sostegno delle corde e del manico. Le corde attraversano il body in stile “Telecaster”; Manico “bolt-on”(avvitato)  in sandwich di alluminio e acero Canadese con trussroad bi-direzionale (che più avanti si è rivelato inutile!); Tastiera in Wengè; Due pickups stile “Telecaster” Voodoo di Peter Florance ; controlli di Volume e Tono; Selettore a tre vie CRL;  Meccaniche 3×3; Capotasto in ottone; Vernice nitrocellulosica del back del manico di colore crema!

Nel tempo Vincenzo ha voluto sostituire il pickup al manico con un Orlando “P90 Legend” e abbiamo ridotto lo spessore del body da 4,5 a 4cm.

Il risultato è sorprendente. Un suono con bassi incredibilmente “grossi” e mai impastati. Acuti scintillanti e altrettanto “grossi”. Il suono pulito spazia tra le classiche Resonator degli anni 50 alle timbriche acustiche del pianoforte. In overdrive o in distorsione, Pantera Special Aluminum si comporta come un armonico monolita emozionale!  Difficile spiegare un suono così articolato e “diverso”. Certo è che Pantera suona come Pantera. Questo fu per me e per Vincenzo, un risultato grandioso!

APPROFONDIMENTO MARZO 2019

Il Wah, il nucleo olla e zio Roberto

Il Wah, il nucleo olla e zio Roberto

Ciao a tutti, cari lettori della fantastica newsletter di Vintage Authority.

Questo mese voglio parlarvi di una cosa che successe anni fa ma che in questi giorni ho avuto modo di riscoprire e che ora desidero condividere con voi.
Anni fa, come dicevo, mi trovavo con il “Mastro” Roberto Pistolesi in quel di Santa Croce e più precisamente da “Mario” una enorme discarica militare nei pressi di Viareggio. Girovagando alla ricerca di qualche gioiello sommerso in quel modo di ferro arrugginito e puzza che non oso descrivere, Roberto si fermò davanti dei cassonetti di polistirolo e con il suo sguardo sornione mi disse “oh guarda! … i nuclei a olla… quelli boni!” Guardai quelle scatole ma vidi solo delle piccole ferriti tonde con su scritto N22 -661- …. Un grosso “bhoooo” scoppiò nella mia testa e fù così forte che lo trasmisi telepaticamente! Lui, continuando, “daiii bischero, con queste ci si rifanno le induttanze per i wah-wah… per fargli fare “uaaaa” e non “uiiiiii” come fanno quelli novi!” ….Eh si, lo Zio di cose ne sapeva!

La cosa mi è tornata in mente perché in questi giorni è passato dal Lab un mio amico per portarmi due Wah-Wah della VOX con qualche problemuccio. Stesso modello V847. Uno degli anni 90 Gold “Limited Edition”, l’altro di produzione Italiana all’inizio degli anni 70. Stesso circuito e stessa struttura. L’unica cosa che cambia sono la data di produzione dei componenti, il modello dei transistor (anche se sono entrambi in silicio NPN con hfe simile), il potenziometro che in quello moderno è l’ottimo Allen Bradley Type EJ long Life mentre sul vecchio c’è lo storico ICAR (con qualche acciacco ma niente che un buon spray per potenziometri non può risolvere) e, appunto, l’induttanza! Avevano entrambi piccoli problemi e una volta sistemati, ovviamente li provai. Iniziai con il “vecchio” e devo dire che nonostante l’età suona veramente bene. Musicale, profondo, con i medi pronunciati e dolci e gli acuti scintillanti ma mai fastidiosi. Dopo una buona mezz’oretta lo staccai e provai il “Gold Limited Edition” degli anni 90.

Lo staccai subito! C’è qualche problema dissi e mi misi a ricontrollare il tutto. Niente, transistor con hfe giusto, componenti ok, escursione del pot corretta … non è che suonava male ma c’era qualcosa che non mi quadrava. Lo ricollegai e già andava meglio. Seppur non ho fatto niente iniziavo a non capire più cos’era stato quel fastidio\disgusto che mi fece pensare che non andava bene. Ricollegai in serie il vecchio, tanto sono truebypass entrambi, e feci un A\B giusto per capire. Ahhh ecco cos’era! Corsa del pedale un pò strana, bassi assenti, medi così così e acuti secchi e fastidiosi. La cosa strana (e inquietante aggiungo) è che queste differenze si sentivano solo se lo paragonavo al vecchio. Se mi abituo al nuovo tutto questo non lo sento più!

Ecco che mi ritornano in mente le parole di Roberto riguardo i Wah che fanno uaaa e i Wah che fanno uiii! Certo, i condensatori “fanno” ma credo che Roberto aveva proprio ragione: le induttanze e la qualità delle ferriti sono fondamentali per il suono di questo meraviglioso effetto. A giorni sostituirò l’induttanza al “’Gold Limited Edition“ del mio amico per donargli quelle armoniche che mancano ma, per condividere con voi ancora meglio quelle che sono state le mie impressioni, ho fatto un piccolo video di comparazione (anche se come chitarrista faccio abbastanza schifo) su YouTube. Guardatelo e fatevi voi stessi un’idea.

Stay tuned

APPROFONDIMENTO FEBBRAIO 2019

Dimmi che ponte usi e ti dirò chi sei

Oggi vorrei condividere con voi alcune mie considerazioni su un elemento spesso sottovalutato e scelto più per il look piuttosto che dal suo contributo timbrico.

Il ponte, l’ancora del nostro strumento. A lui è delegata la trasmissione delle vibrazioni delle corde sul legno. Insieme ai pickups e all’essenza legnosa esso è il maggiore responsabile del timbro di ogni chitarra.
Le varie sperimentazioni eseguite in più di 50 anni di ricerche sono arrivate a darci 4 macrotipi di modelli di ponte con caratteristiche completamente diverse.
Prima di raccontarvi le mie impressioni sui diversi modelli desidero chiarire alcuni concetti base:
Angolo d’incidenza: l’angolo che si crea tra il piano della tastiera e il primo punto di attacco delle corde. Determina il sustain e l’attacco.
Contatto con il corpo cioè il modo come il ponte viene in contatto con lo strumento. Anche questo determina l’attacco ma è più responsabile della risposta timbrica dello strumento.
Detto questo andiamo ad analizzare, anche se in modo molto generico, I quattro diversi tipi di ponti che amo chiamare in questo modo:

1) Il ponte fisso a bassa tensione caratteristico delle Les Paul, Sg, 335 etc etc E’ un ponte normalmente costituito da due parti. Il reggi corde più comunemente chiamato “Tailpiece”, e il ponte vero e proprio dove si trovano le sellette. L‘angolo d’incidenza di questo modello è minore di 60? e la pressione, e quindi la trasmissione delle vibrazioni, è leggermente più “soft”. I due elementi sono entrambi fissati al corpo e creano un doppio contatto con esso. Questo diminuisce il sustain ma aggiunge un effetto armonico particolare perché’ la porzione di corda che corre dal ponte verso il Tailpiece “suona” regalando un timbro caratteristico.

2) Il ponte tremolo a bassa tensione come I vari Bygsby, Gibson Vibrola, ma anche Fender JazzMaster, Jaguar e Mustang. E’ un ponte come il precedente, dove il Tailpiece è stato sostituito con un elemento meccanico generalmente dotato di molle atto a muovere le corde per creare appunto l’effetto tremolo.
L’angolo d’incidenza è simile al ponte fisso a bassa tensione quindi avremo lo stesso effetto “spugnoso” ma le armoniche indotte dalla massa vibrante saranno diverse, più attutite e riverberate. Generalmente sono ponti meno precisi nel “ritorno all’intonazione” ma hanno un suono molto particolare dal carattere unico.

3) Il ponte fisso ad alta tensione montato su quasi tutte le Fender Telecaster. Lo troviamo con diverse forme e dimensioni ma con caratteristiche principali simili: Angolo d’incidenza di 90? o quasi con, a volte, corde che passano attraverso il corpo “true body”. Questo ponte è caratterizzato da un attacco micidiale e da un sustain accentuato dall’enorme pressione che si crea sulle sellette. Questo fa si che tutta la forza cinetica della corda sia trasferita al corpo.

4) Il ponte tremolo ad alta tensione. Quest’ultimo modello rappresenta forse il culmine della progettazione (fine anni 50, lol) E’ il ponte più usato per la sua versatilità e musicalità. Le corde sono fissate direttamente sulla massa oscillante che porta le sellette. L’angolo d’incidenza che si crea è paragonabile ad un 90?. E’ ancorato al corpo con delle viti che hanno la funzione di trasmettere le vibrazioni e nello stesso tempo diventare il fulcro dove il ponte stesso può oscillare creando l’effetto di tremolo. Alla sua base, tramite delle molle che agiscono in senso parallelo ma opposto alle corde, si ricollega al corpo. L’esempio migliore è il ponte della Stratocaster e, nella sua variante moderna, il Floid Rose. Ha un suono con un attacco deciso ma mai invadente. Le molle “assorbono” un po’ di vibrazioni delle corde e aggiungono delle armoniche creando un suono più corposo ma mai spugnoso.

Come detto prima queste mie poche righe sono scritte in modo molto generico (considerando le innumerevoli varianti per forme e materiali sui ponti per chitarra e su ogni singolo gruppo si potrebbe parlare per giorni) ma spero servano a farsi un’idea più consapevole nella scelta della vostra prossima amante!
Evviva!

APPROFONDIMENTO GENNAIO 2019

Riflessioni su come e perché non scegliere un ampli reissue!

Già nel 2005 usci un articolo su Chitarre che parlava di “point to point” Vs. “pcb” dove diversi costruttori di tutto il mondo davano il loro parere su cosa preferire.
Tra le righe di quell’articolo si evidenziava come le diverse tecniche costruttive sono influenzate più dalla ripetibilità del progetto e dalla commerciabilità del prodotto piuttosto che dalla qualità del suono ottenuto.

Bene, vi dò una notizia eccezionale! Un ampli montato su pcb non vuol dire cattiva qualità! Infatti, a parità di componenti usati (resistenze, condensatori, etc, etc) non c’è differenza tra le diverse tecniche costruttive in termini di “Suono”. Anzi, c’è chi sostiene che la tecnica del pcb sia più valida nella ripetibilità del progetto perché i componenti e le “piste” dove corre il segnale sono esattamente uguali (e questo è vero quando chi monta in “point to point” …. non sa effettivamente farlo!)

Da qui capiamo perfettamente che la qualità di un ampli non è data dalla tipologia costruttiva bensì dai componenti usati! Finalmente abbiamo svelato il segreto!

Ampli come Soldano SLO100 piuttosto che un vecchio Fender Bassman suonano con il loro carattere quasi esclusivamente per i componenti che usano.

Oggi il mercato degli strumenti musicali offre una gamma enorme di scelte e di suoni e questo è positivo per la musica. E’ anche vero che i più rinomati costruttori evidenziano una “élite” della loro produzione, riempendo le riviste con la parola “cablato a mano” e proponendo versioni “reissue” di vecchi modelli a prezzi altissimi! Mha! … abbiamo detto che non è la tipologia costruttiva a dare quel “suono” ma i componenti!!? E come fa un’azienda a procurarsi i componenti che usava un tempo in una produzione di centinaia di pezzi? Semplice, non può farlo!

Il mio parere sulle versioni reissue delle grandi marche di ampli non può che essere considerato come sperpero di soldi e quasi mai consiglio ai miei amici di farlo. Allora cosa conviene fare se si vuole qualcosa di qualità senza spendere un capitale? Già da alcuni anni vediamo come selezionati costruttori offrono prodotti eccellenti, ma i prezzi sono ancora troppo alti per il musicista. Oltretutto questi “boutique amps” pur usando cablaggi “Point to point” fatti bene, trasformatori avvolti bene, etc, etc hanno una produzione ampia e sono costretti ad usare componenti nuovi! … siamo sempre lì!

La soluzione che sta prendendo sempre più piede a livello globale è quella che io chiamo dei “Custom Works”. Modifica totale di ampli già costruiti! La tecnica (già usata in passato da tecnici come Matchless, Dumble, etc) consiste nel prendere un’ampli di cui già si preferisce il suono, le valvole usate e la dimensione dei suoi trasformatori e svuotarlo totalmente del suo pcb e dei suoi componenti. Quindi rifarlo “come si deve” con i giusti componenti e con le migliori tecniche di cablaggio per assicurare “suono” e “riparabilità” 🙂

Per fare questo vi dovete affidare ad un bravo tecnico, che ha per hobby quello di smontare vecchie radio o cercare roba NOS nelle varie discariche militari passeggiando tra i rottami come se fosse in una spiaggia delle Maldive!

Il risultato è assicurato; avrete un ampli realmente uguale al suo alter ego storico senza aver donato un rene!