Tutto inizio’ quando conobbi Davide che a quel tempo suonava la chitarra classica al conservatorio e una Telecaster del ’68 in una rock band locale di cui, in seguito, divenni il bassista (CafeCino e in seguito TURN editi dalla Freeland Recods).

Davide, vista la mia indiscreta voglia di smontargli la chitarra con la scusa di riparargliela, penso’ bene di presentarmi al maestro liutaio Francesco Abramo di Catania che tra ponticelli e verniciature, stagionatura e intonazione guido’ la costruzione del mio primo basso elettrico che chiamai Arthur. Questa esperienza accrebbe ancor più’ la mia passione per lo strumento musicale, ma il maestro Abramo essendo un liutaio d’impostazione classica non poteva aiutarmi molto nel campo elettrico.

Iniziai allora una ricerca che mi portò a disturbare il Maestro Roberto “New Old Stock” Pistolesi. Non so se la sua estrema disponibilità’ nei miei confronti fu perché’ gli stavo simpatico o per educazione, fatto sta che mi accolse come se fossimo amici di lunga data e tra pasta asciutta e attrezzi autocostruiti iniziò a educarmi all’arte del “grande suono”.
Grazie Roberto, grande amico, resti sempre nella memoria di tutti noi come il più grande “Liutaio Elettrico” d’italia!

Sono passati già tanti anni da quei giorni e di cose ne ho imparate tante, al punto che oggi la Orlando Musical Instruments e’ una realtà’ professionale che produce manufatti di qualità’ e assiste migliaia di artisti in Italia e all’estero con passione e con l’obbiettivo primario di riaffermare senza compromessi il concetto di “qualità’ del suono” e dello strumento musicale alla portata di tutti.

INFO E CONTATTI:
WEB: www.orlandoamps.com
EMAIL: info@orlando-guitars.com

Per gli appassionati delle valvole….

Pubblicato da Osvaldo Lo Iacono su Mercoledì 25 luglio 2018

Chi vuole farsi "azzannare" dalle nuove zanne #orlandoamps non ha che da venire allo #zannefestival !!! 😉

Pubblicato da Giuseppe Orlando su Venerdì 17 luglio 2015

APPROFONDIMENTO MARZO 2019

Il Wah, il nucleo olla e zio Roberto

Il Wah, il nucleo olla e zio Roberto

Ciao a tutti, cari lettori della fantastica newsletter di Vintage Authority.

Questo mese voglio parlarvi di una cosa che successe anni fa ma che in questi giorni ho avuto modo di riscoprire e che ora desidero condividere con voi.
Anni fa, come dicevo, mi trovavo con il “Mastro” Roberto Pistolesi in quel di Santa Croce e più precisamente da “Mario” una enorme discarica militare nei pressi di Viareggio. Girovagando alla ricerca di qualche gioiello sommerso in quel modo di ferro arrugginito e puzza che non oso descrivere, Roberto si fermò davanti dei cassonetti di polistirolo e con il suo sguardo sornione mi disse “oh guarda! … i nuclei a olla… quelli boni!” Guardai quelle scatole ma vidi solo delle piccole ferriti tonde con su scritto N22 -661- …. Un grosso “bhoooo” scoppiò nella mia testa e fù così forte che lo trasmisi telepaticamente! Lui, continuando, “daiii bischero, con queste ci si rifanno le induttanze per i wah-wah… per fargli fare “uaaaa” e non “uiiiiii” come fanno quelli novi!” ….Eh si, lo Zio di cose ne sapeva!

La cosa mi è tornata in mente perché in questi giorni è passato dal Lab un mio amico per portarmi due Wah-Wah della VOX con qualche problemuccio. Stesso modello V847. Uno degli anni 90 Gold “Limited Edition”, l’altro di produzione Italiana all’inizio degli anni 70. Stesso circuito e stessa struttura. L’unica cosa che cambia sono la data di produzione dei componenti, il modello dei transistor (anche se sono entrambi in silicio NPN con hfe simile), il potenziometro che in quello moderno è l’ottimo Allen Bradley Type EJ long Life mentre sul vecchio c’è lo storico ICAR (con qualche acciacco ma niente che un buon spray per potenziometri non può risolvere) e, appunto, l’induttanza! Avevano entrambi piccoli problemi e una volta sistemati, ovviamente li provai. Iniziai con il “vecchio” e devo dire che nonostante l’età suona veramente bene. Musicale, profondo, con i medi pronunciati e dolci e gli acuti scintillanti ma mai fastidiosi. Dopo una buona mezz’oretta lo staccai e provai il “Gold Limited Edition” degli anni 90.

Lo staccai subito! C’è qualche problema dissi e mi misi a ricontrollare il tutto. Niente, transistor con hfe giusto, componenti ok, escursione del pot corretta … non è che suonava male ma c’era qualcosa che non mi quadrava. Lo ricollegai e già andava meglio. Seppur non ho fatto niente iniziavo a non capire più cos’era stato quel fastidio\disgusto che mi fece pensare che non andava bene. Ricollegai in serie il vecchio, tanto sono truebypass entrambi, e feci un A\B giusto per capire. Ahhh ecco cos’era! Corsa del pedale un pò strana, bassi assenti, medi così così e acuti secchi e fastidiosi. La cosa strana (e inquietante aggiungo) è che queste differenze si sentivano solo se lo paragonavo al vecchio. Se mi abituo al nuovo tutto questo non lo sento più!

Ecco che mi ritornano in mente le parole di Roberto riguardo i Wah che fanno uaaa e i Wah che fanno uiii! Certo, i condensatori “fanno” ma credo che Roberto aveva proprio ragione: le induttanze e la qualità delle ferriti sono fondamentali per il suono di questo meraviglioso effetto. A giorni sostituirò l’induttanza al “’Gold Limited Edition“ del mio amico per donargli quelle armoniche che mancano ma, per condividere con voi ancora meglio quelle che sono state le mie impressioni, ho fatto un piccolo video di comparazione (anche se come chitarrista faccio abbastanza schifo) su YouTube. Guardatelo e fatevi voi stessi un’idea.

Stay tuned

APPROFONDIMENTO FEBBRAIO 2019

Dimmi che ponte usi e ti dirò chi sei

Oggi vorrei condividere con voi alcune mie considerazioni su un elemento spesso sottovalutato e scelto più per il look piuttosto che dal suo contributo timbrico.

Il ponte, l’ancora del nostro strumento. A lui è delegata la trasmissione delle vibrazioni delle corde sul legno. Insieme ai pickups e all’essenza legnosa esso è il maggiore responsabile del timbro di ogni chitarra.
Le varie sperimentazioni eseguite in più di 50 anni di ricerche sono arrivate a darci 4 macrotipi di modelli di ponte con caratteristiche completamente diverse.
Prima di raccontarvi le mie impressioni sui diversi modelli desidero chiarire alcuni concetti base:
Angolo d’incidenza: l’angolo che si crea tra il piano della tastiera e il primo punto di attacco delle corde. Determina il sustain e l’attacco.
Contatto con il corpo cioè il modo come il ponte viene in contatto con lo strumento. Anche questo determina l’attacco ma è più responsabile della risposta timbrica dello strumento.
Detto questo andiamo ad analizzare, anche se in modo molto generico, I quattro diversi tipi di ponti che amo chiamare in questo modo:

1) Il ponte fisso a bassa tensione caratteristico delle Les Paul, Sg, 335 etc etc E’ un ponte normalmente costituito da due parti. Il reggi corde più comunemente chiamato “Tailpiece”, e il ponte vero e proprio dove si trovano le sellette. L‘angolo d’incidenza di questo modello è minore di 60? e la pressione, e quindi la trasmissione delle vibrazioni, è leggermente più “soft”. I due elementi sono entrambi fissati al corpo e creano un doppio contatto con esso. Questo diminuisce il sustain ma aggiunge un effetto armonico particolare perché’ la porzione di corda che corre dal ponte verso il Tailpiece “suona” regalando un timbro caratteristico.

2) Il ponte tremolo a bassa tensione come I vari Bygsby, Gibson Vibrola, ma anche Fender JazzMaster, Jaguar e Mustang. E’ un ponte come il precedente, dove il Tailpiece è stato sostituito con un elemento meccanico generalmente dotato di molle atto a muovere le corde per creare appunto l’effetto tremolo.
L’angolo d’incidenza è simile al ponte fisso a bassa tensione quindi avremo lo stesso effetto “spugnoso” ma le armoniche indotte dalla massa vibrante saranno diverse, più attutite e riverberate. Generalmente sono ponti meno precisi nel “ritorno all’intonazione” ma hanno un suono molto particolare dal carattere unico.

3) Il ponte fisso ad alta tensione montato su quasi tutte le Fender Telecaster. Lo troviamo con diverse forme e dimensioni ma con caratteristiche principali simili: Angolo d’incidenza di 90? o quasi con, a volte, corde che passano attraverso il corpo “true body”. Questo ponte è caratterizzato da un attacco micidiale e da un sustain accentuato dall’enorme pressione che si crea sulle sellette. Questo fa si che tutta la forza cinetica della corda sia trasferita al corpo.

4) Il ponte tremolo ad alta tensione. Quest’ultimo modello rappresenta forse il culmine della progettazione (fine anni 50, lol) E’ il ponte più usato per la sua versatilità e musicalità. Le corde sono fissate direttamente sulla massa oscillante che porta le sellette. L’angolo d’incidenza che si crea è paragonabile ad un 90?. E’ ancorato al corpo con delle viti che hanno la funzione di trasmettere le vibrazioni e nello stesso tempo diventare il fulcro dove il ponte stesso può oscillare creando l’effetto di tremolo. Alla sua base, tramite delle molle che agiscono in senso parallelo ma opposto alle corde, si ricollega al corpo. L’esempio migliore è il ponte della Stratocaster e, nella sua variante moderna, il Floid Rose. Ha un suono con un attacco deciso ma mai invadente. Le molle “assorbono” un po’ di vibrazioni delle corde e aggiungono delle armoniche creando un suono più corposo ma mai spugnoso.

Come detto prima queste mie poche righe sono scritte in modo molto generico (considerando le innumerevoli varianti per forme e materiali sui ponti per chitarra e su ogni singolo gruppo si potrebbe parlare per giorni) ma spero servano a farsi un’idea più consapevole nella scelta della vostra prossima amante!
Evviva!

APPROFONDIMENTO GENNAIO 2019

Riflessioni su come e perché non scegliere un ampli reissue!

Già nel 2005 usci un articolo su Chitarre che parlava di “point to point” Vs. “pcb” dove diversi costruttori di tutto il mondo davano il loro parere su cosa preferire.
Tra le righe di quell’articolo si evidenziava come le diverse tecniche costruttive sono influenzate più dalla ripetibilità del progetto e dalla commerciabilità del prodotto piuttosto che dalla qualità del suono ottenuto.

Bene, vi dò una notizia eccezionale! Un ampli montato su pcb non vuol dire cattiva qualità! Infatti, a parità di componenti usati (resistenze, condensatori, etc, etc) non c’è differenza tra le diverse tecniche costruttive in termini di “Suono”. Anzi, c’è chi sostiene che la tecnica del pcb sia più valida nella ripetibilità del progetto perché i componenti e le “piste” dove corre il segnale sono esattamente uguali (e questo è vero quando chi monta in “point to point” …. non sa effettivamente farlo!)

Da qui capiamo perfettamente che la qualità di un ampli non è data dalla tipologia costruttiva bensì dai componenti usati! Finalmente abbiamo svelato il segreto!

Ampli come Soldano SLO100 piuttosto che un vecchio Fender Bassman suonano con il loro carattere quasi esclusivamente per i componenti che usano.

Oggi il mercato degli strumenti musicali offre una gamma enorme di scelte e di suoni e questo è positivo per la musica. E’ anche vero che i più rinomati costruttori evidenziano una “élite” della loro produzione, riempendo le riviste con la parola “cablato a mano” e proponendo versioni “reissue” di vecchi modelli a prezzi altissimi! Mha! … abbiamo detto che non è la tipologia costruttiva a dare quel “suono” ma i componenti!!? E come fa un’azienda a procurarsi i componenti che usava un tempo in una produzione di centinaia di pezzi? Semplice, non può farlo!

Il mio parere sulle versioni reissue delle grandi marche di ampli non può che essere considerato come sperpero di soldi e quasi mai consiglio ai miei amici di farlo. Allora cosa conviene fare se si vuole qualcosa di qualità senza spendere un capitale? Già da alcuni anni vediamo come selezionati costruttori offrono prodotti eccellenti, ma i prezzi sono ancora troppo alti per il musicista. Oltretutto questi “boutique amps” pur usando cablaggi “Point to point” fatti bene, trasformatori avvolti bene, etc, etc hanno una produzione ampia e sono costretti ad usare componenti nuovi! … siamo sempre lì!

La soluzione che sta prendendo sempre più piede a livello globale è quella che io chiamo dei “Custom Works”. Modifica totale di ampli già costruiti! La tecnica (già usata in passato da tecnici come Matchless, Dumble, etc) consiste nel prendere un’ampli di cui già si preferisce il suono, le valvole usate e la dimensione dei suoi trasformatori e svuotarlo totalmente del suo pcb e dei suoi componenti. Quindi rifarlo “come si deve” con i giusti componenti e con le migliori tecniche di cablaggio per assicurare “suono” e “riparabilità” 🙂

Per fare questo vi dovete affidare ad un bravo tecnico, che ha per hobby quello di smontare vecchie radio o cercare roba NOS nelle varie discariche militari passeggiando tra i rottami come se fosse in una spiaggia delle Maldive!

Il risultato è assicurato; avrete un ampli realmente uguale al suo alter ego storico senza aver donato un rene!