A meno di 10 km da Recanati, nel cuore di quel territorio marchigiano vocato fin dagli anni ’50 alla produzione di chitarre note in tutto il mondo, c’é una piccola e coraggiosa realtà artigiana dedita alla produzione di trasduttori magnetici per chitarra e basso: è la mia PKV PICKUPS.

Il retaggio culturale, la predisposizione all’imprenditoria e alla manualità ma soprattutto l’infinita passione verso il mondo della musica, mi ha spinto fin da ragazzo ad un approccio più tecnologico che musicistico nei confronti degli strumenti a corda. La registrazione del marchio e l’inaugurazione ufficiale del mio laboratorio è avvenuta nel 2012.

Dalle riparazioni di storici pickups italiani Eko Elettra, SB1, Vox che mi adattavo ad eseguire da giovane, finalmente potevo passare alla produzione di repliche vintage dei brands d’oltreoceano più noti. L’apprezzamento del pubblico e la sempre crescente domanda di modelli completamente originali per stile e prestazioni mi hanno definitivamente inserito nel creativo ed entusiasmante mondo del “custom made”. Oggi il mio laboratorio ha sede in una nuova e organizzata struttura sita in Appignano (MC). Progetto e realizzo su specifiche di importanti e rinomati maestri liutai italiani, pickups di elevata qualità dal design unico e dalle performances ben riconoscibili.

Le recenti normative europee inerenti l’abolizione di materie e sostanze ritenute dannose per l’ambiente e per l’uomo, mi spingono costantemente alla ricerca di materie prime dalla qualità certificabile e di fornitori affidabili e sensibili all’innovazione. Ogni particolare dei nostri trasduttori è realizzato su misura e con cura certosina. Le parti metalliche vengono tornite, tagliate, piegate o nichelate da artigiani locali. Le bobine custom vengono disegnate al CAD e tagliate al laser o a pantografo cnc in sede. Il filo in rame viene acquistato direttamente dal principale produttore europeo per gli smalti Poly o importato dall’Illinois per gli smalti Formvar e Plain.

Il resto è creatività, gusto e un’innata capacità di recepire le esigenze della clientela e trasformarle in oggetti reali e funzionanti nel rispetto delle aspettative.
E alla fine la migliore presentazione è sempre quella di uno strumento a corda che parlare di me…!!!”
Francesco Pellerino – PKV Pickups

INFO E CONTATTI:
WEB: www.pkvpickup.com
EMAIL: info@pkvpickups.com

“Facciamo pickups artigianali e li facciamo bene!”

Francesco Pellerino

“avvolgendo il filo capillare di rame in modalità “scatter”

Fancesco Pellerino

APPROFONDIMENTO APRILE 2019

ELETTRIFICAZIONE MANOUCHE

Per i miei aggiornamenti mensili di VA, prendo sempre spunto dalla produzione piú interessante del momento. Questa volta vorrei parlare di una cosa particolare che sto producendo. Si tratta di un pickup da buca per chitarra acustica. Potrà sembrare off-topics in un contesto piú elettrico, ma direi invece che sia molto attinente all’aspetto vintage caratteristico di questo network.

Quando mi viene commissionato un pickup magnetico per chitarra acustica, la prima cosa che faccio é chiedere all’interlocutore il tipo di chitarra che si desidera microfonare. Il caso vuole che lo strumento in questione oggi sia una chitarra molto particolare… una manouche a buca ovale di liuteria artigianale. Bellissima occasione per accennare ad un paio di aspetti relativi a questo strumento inventato nel 1929 da un liutaio e chitarrista classico italiano di fama (e rieccoci qui, sempre noi italiani…!): Mario Maccaferri.

La prima Maccaferri viene prodotta nel 1931 dalla ditta londinese Selmer. Apparentemente simile ad una chitarra classica, presentava la caratteristica buca a D piú ampia della classica tonda.

Poiché fra tutti gli strumenti acustici dell’epoca, in assenza della piú moderna amplificazione, la chitarra classica rimaneva lo strumento con il volume piú basso, la ricerca di Maccaferri vertiva nella realizzazione di uno strumento che suonasse piú forte del comune… E vi riuscí se consideriamo che le prime Selmer suonavano con un volume circa doppio di una classica. Per giungere a questo risultato, Maccaferri usó un particolare risuonatore interno alla cassa che, inventato nel ’27, brevettó nel 1932.

Nel 1933 le strade si dividono. Maccaferri si dedica alla produzione di ance mentre Selmer procede con nuove chitarre dietro la spinta di Django Reinhardt. I vecchi modelli vengono alleggeriti del risuonatore, troppo delicato, e su specifica di Django compare la prima Manouche con buca ovale.

Da qui viene da chiedersi quale sia la differenza fra buca a D e buca ovale. La differenza riguarda solo una diversa espansione sonora. La D, piú grande, favorisce un volume di ascolto molto alto in prossimità della strumento, favorendo l’accompagnamento di gruppo. La buca ovale piú piccola, si presta a concentrare in suono in una direzione, permettendo udibilità anche da lontano, quindi meglio utilizzabile per esecuzioni soliste.

Dunque che sia D o ovale, dato il volume acustico già importante, quando si microfona una chitarra Maccaferri, si preferisce farlo con un trasduttore magnetico, in quanto non suscettibile ad innesco per autorisonanza tipico invece del sensore piezoelettrico o della capsula a membrana.
Tuttavia un trasduttore magnetico, ha il limite di una risposta in frequenza un pó piú selettiva e concentrata in un range di frequenze ridotto, che mortifica la naturalezza del suono acustico. La progettazione di un pickup per chitarra acustica, deve quindi prevedere e superare quanto piú possibile questo limite.

La scelta di PKV Pickups per acustica ricade sempre nel campo dei singlecoils. Poiché l’induttanza é funzione delle tre dimensioni della bobina, della sezione del conduttore e del suo numero di spire, per ACOU-STAR Neo (questo il nome del modello in questione) ho optato per una bobina a sviluppo verticale, avvolta con circa 6000 spire di AWG 44.

Per potersi adattare alla buca ovale molto piccola, la bobina é costruita direttamente su una lama metallica che funge da espansione, per un ingombro alla forchetta di soli 49mm. Anche la magnetizzazione influisce sull’equalizzazione finale del trasduttore. Utilizzando correttamente una precisa quantitá di neodimio e una efficiente schermatura a gabbia, si ottiene output e pulizia di segnale ottimale per catturare e riprodurre al meglio tutto il range di frequenze caratteristico di una Manouche. Provare per credere!!

Francesco Pellerino – PKV Pickups

APPROFONDIMENTO MARZO 2019

IL BASSO ELETTRICO SOLID-BODY: INVENZIONE AD EVOLUZIONE

Non posso fare a meno di notare che da qualche anno in qua, la mia attività di progettazione e produzione di pickups, si è sempre più spostata verso un pubblico di bassisti sia nostrani che esteri. Lungi da me il cercare spiegazioni o intraprendere studi di mercato volti a giustificare questa tendenza, preferisco soffermarmi ad osservare la grande rivalutazione che il basso elettrico sta riscontrando fra i musicisti in questi tempi.

Questa rivalutazione la evinco dalle tipologie di sets che mi vengono commissionati, sempre più sofisticati sia per numero di espansioni (ovvero di corde di cui sono dotati i vari bassi), che per architetture di assemblaggio. Di fatto questo strumento per note basse che in versione elettrica nasce per accompagnamento ritmico, sta assumendo una nuova identità e una originale autonomia espressiva che ne espandono le potenzialità musicali.

Il primo basso elettrico vede la luce nel 1951 ad opera di Leo Fender: è il Telecaster Bass poco dopo ribattezzato Precision. Da valido ingegnere nonché abile businessman quale era Leo, egli trasferendo i principi della solid-body Telecaster (realizzata solo un anno prima), ad un diapason più lungo dotato di corde metalliche più spesse (come nel violoncello e nel contrabbasso), ottenne una struttura solida molto maneggevole, atta a risuonare in un campo di frequenze più gravi della chitarra. Inoltre dotando la tastiera (fino ad allora liscia proprio come negli strumenti ad arco) di slots ferrati, consentì un accesso alle note più diretto, incrementando definizione e precisione di esecuzione sul pizzicato… Da qui il nome Precision.

Il primo Precision disponeva di un pickup singlecoil a quattro espansioni molto simile a quello di una Stratocaster. Ovviamente il primo approccio con il pubblico di puristi che fino ad allora avevano suonato al massimo un contrabbasso elettrificato, non fu semplice. Tuttavia con il tempo, le doti di maneggevolezza e di agile suonabilità ebbero la meglio. Il singlecoil venne rimpiazzato da un più moderno splitcoil e il Precision cominciò ad entrare in nuovi contesti musicali come pop, rock e soul. Non solo…! Anche dal punto di vista costruttivo il basso Fender subì rapide evoluzioni. Riconfigurato con due singlecoil e leggermente modificato nello shape del body e del manico, nel 1959 Fender idea il primo Jazz Bass e nel ’60 comincia a commercializzarlo.

Questa evoluzione, aumentando le possibilità sonore dello strumento, stimola sempre più il perfezionamento di vecchie tecniche esecutive o addirittura l’invenzione di nuove come il thump and popping di Larry Graham, tecnica oggi nota come slapping.
Ritengo che l’evoluzione di questo straordinario strumento non sia affatto arrivata al termine e che anzi essa sia più che in fermento. Ai tempi del funk di Graham, quattro corde bastavano… anzi forse avanzavano pure!! La tendenza attuale da parte di molti musicisti di acquistare o autoprodursi bassi pluricorde o multiscala… o entrambe le cose insieme, mi lascerebbe intuire che l’intima ricerca di innovazione espressiva e caratteriale, costituisca il vero ed unico motore di questa sana evoluzione.

Fenomeno che non riscontro con equivalente velocità nel settore della chitarra, ove quasi tutto è già esplorato. Per intenderci, un basso elettrico a sette, otto o nove corde pone difronte ad una seria sfida sia il liutaio che il “pickupparo” che il musicista. Il primo dovrà intuire e costruire una struttura idonea a sostenere tensioni maggiori e maggiormente sbilanciate evitando di incrementare a dismisura il peso dello strumento. II secondo (e sarebbe il mio caso) dovrà dare fondo ad ogni possibile conoscenza affinché il trasduttore suoni omogeneamente lungo l’intera tastiera, dalla prima corda cantina all’ultima grave. Il musicista infine, dovrà perfezionare una tecnica di esecuzione che includa tutte le corde in più.

Francesco Pellerino – PKV Pickups

APPROFONDIMENTO FEBBRAIO 2019

HENDRIX E L’UTILIZZO IMPROPRIO DEL SINGLE COIL

Il lato più affascinante della mia attività di produzione di pickups, è rappresentato da quella parte (non piccola in realtà) di clientela che fa richiesta di sets rievocazione di questo o quel musicista del presente ma anche e soprattutto del passato. Sonorità che hanno caratterizzato un momento storico del rock o del blues vengono ripescate e riproposte per stimolare ricordi e generare nuove emozioni. Mi è capitato più volte di replicare sets Santana. Molto gettonato è anche il set Gilmour. Ma anche sonorità più moderne come quella alla Govan o alla Holdsworth.
In tutti i modi il fatto di dover replicare dei sets storici, mi pone sempre di fronte alla sfida della documentazione storica. E c’è un artista che amo in particolare, per aver stravolto gli animi dei propri fans dell’epoca, e che ancora oggi detiene a mio avviso un primato nella capacità di aver creato un proprio sound… immortale!!! Sto parlando di James Marshall Hendrix… Jimi Hendrix!!

L’approccio ad una sua replica di singlecoil, rivela immediatamente una particolarità che, se potrà sembrare banale, invece lascia intuire la principale causa dell’originale sound Hendrix. Jimi era mancino. Imparò a suonare appena bambino con una chitarra destra regalatagli dal padre, che egli imbracciò al contrario dopo avergli invertito l’ordine delle corde. Un’espediente che “segnerà” per sempre la sua “diversità” sonora.

Il Jimi che ricordiamo dare alle fiamme la sua solidbody a Monterey, suonava una Stratocaster. Jimi era innamorato del “palettone” tipo ’69. Tuttavia tutti sanno che quello strumento adotta un set di pickups a poli staggerati ovvero con altezze diverse. In un singlecoil Fender destro, le espansioni in AlNiCo5 sono assemblate in modo da lasciare sporgere dalla cover maggiormente quelle del Re e del Sol (ovvero le due centrali). Quelle dei due Mi e del La rimangano a filo di cover. L’espansione del Si invece è più corta al punto di rimanere sotto il filo della cover. Questa soluzione adottata da Leo Fender, avrebbe dovuto garantire una qualche equilibratura meccanica dei volumi delle sei corde in relazione al lieve radius della tastiera. Il polo del Si supercorto, a compensare la naturale maggiore enfasi della seconda corda.

Ma ecco che ad un certo punto arriva il giovane Jimi destinato a stravolgere creativamente questo ordine semplice eppur universale. Trascurando per brevità gli effetti degli equilibri meccanici che si vengono a modificare invertendo l’ordine delle sei corde sulle meccaniche in linea di una paletta Strato standard (che pure originano un comportamento dinamico molto diverso a causa dell’inversione delle tensioni generate dalle corde sulla struttura solid), dal punto di vista elettromagnetico questo espediente ridisegna uno scenario sonoro caratterizzato da minore presenza di frequenze gravi e da una generale maggiore presenza di frequenze medie e medio-acute.

In particolare l’enfasi sul Si, che in configurazione destra veniva compensata da una minore intensità del campo magnetico, ora dirompe e domina. Un segnale così ricco di frequenze medie si presta al trattamento con overdrive e distorsori. Ma Hendrix adotta ben più di un semplice distorsore. Alla costante ricerca del suo suono, il Fuzz diventa l’elemento distintivo del suo sound. Utilizzato per intermodulazione ma anche come “ammazza medie”!!
Ma il segnale che percorre la sua catena effetti fino a saturare gli ingressi Marshall Plexi, proviene da quei singlecoils utilizzati impropriamente… Il chitarrista destro che intenda avvicinarsi al suono Hendrix, dovrà tener conto di questa particolare condizione. Avrà bisogno almeno di un set di singlecoils avvolti con rame Plain Enamel AWG 42, con poli in AlNiCo5 staggerati al contrario. Hendrix suonava con pickups Ybarra… ma chi mi conosce sa che anche in PKV si avvolge a mano e con risultati decisamente confrontabili agli originali!!!

Francesco Pellerino – PKV Pickups

APPROFONDIMENTO GENNAIO 2019

Sto avvolgendo il pickups al ponte di un replacement-set per Telecaster, mano a mano che le spire di AWG 42 si aggiungono, lo immagino già finito e suonante. Penso a questo che sarà il mio set migliore di tutti i tempi… il super set!!! E’ ciò che penso ogni volta che realizzo uno qualsiasi dei miei trasduttori magnetici. Ad un tratto squilla il telefono… è Stefano Prinzivalli di V.A. Mi propone di recensire l’approfondimento di qualcosa purchè Vintage… Guardo il platorello che sta avvolgendo quel Telecaster. Accetto…l’argomento è bello e trovato!!

La storia delle origini della chitarra solid body passa inesorabilmente attraverso il “twang” della Telecaster. Se a Adolf Rickenbacker è riconoscibile il primato di aver prodotto e applicato industrialmente nel 1931 il primo pickup magnetico, è onesto ricordare che il nostro Valentino Airoldi di Galliate (NO) fu il primo in assoluto a realizzare e documentare nel 1937 una vera chitarra solid body. La prima Telecaster (Esquire), fu presentata nel 1950 da Leo Fender, ben tredici anni più tardi, e riscosse il successo che tutti conosciamo per essere uno strumento arrivato ai nostri giorni pressochè inalterato nella forma e nei concetti.

Ebbene il concetto fondamentale alla base di quel successo è senza dubbio la semplicità. Per quanto mi riguarda, questa semplicità la evinco da questo pickup che sto avvolgendo. Una sola bobina, assemblata con due basette in fibra vulcanizzata e sei magneti permanenti cilindrici. La prima Tele nasce con un solo pickup, quello al ponte: un trasduttore non eccessivamente potente, posizionato in un punto del diapason poco favorevole alla produzione di un livello di volume elevato, piuttosto squillante e nasale. Insomma potrebbe sembrare che Leo temesse l’insorgere di inneschi per autorisonanza, fenomeno tipico delle chitarre hollwbody elettrificate. Invece aveva appena inventato e fissato nella storia anche l’anima Twang di quello strumento. Inoltre l’esperimento solid rivela subito il vantaggio di risultare insensibile al feedback. Nella versione definitiva del 1951 compare quindi anche il singlecoil al manico. Ed ecco l’oggetto perfetto!!

Questa storia mi concede di tornare al mio pickup ponte che sta per raggiungere la soglia delle 9500 spire. E’ decisamente un po’ più avvolto di un singlecoil standard. Infatti la semplicità e l’efficienza di uno strumento quale è la Telecaster, consente di sopravvolgere la bobina. In termini di suono finale, il sopravvolgimento sortisce due vantaggi: 1) aumento dell’output, 2) abbassamento del picco di risonanza.

Ovvero la chitarra avrà un suono al ponte più forte e meno brillante, così da compensare le carenze specifiche della sua posizione in diapason. L’avvolgimento è eseguito in modalità semiautomantica, con uno scatter meccanico imposto da una insostituibile bobinatrice Gargaradio degli anni ’50… ma guarda la coincidenza!! Il rame che sto utilizzando è il Plain Enamel delle produzioni Fender CBS, mentre il magneti sono in AlNiCo5 flat a sezione maggiorata a 4,95 mm. Intanto le 9500 spire sono arrivate, recido e saldo all’occhiello. In un attimo di suspance accendo il tester, connetto i puntali e leggo: Rdc 7,5KOhm. Bene, è un signor PKV Silver Hornet!!
Intanto la ceratrice sotto vuoto è pronta e butto dentro. Domani spedirò recensione e… ovviamente il set Silver Hornet migliore del mondo!!

Francesco Pellerino – PKV Pickups