Who’s This Guy?

Sono nato nel 1957, lo stesso anno in cui la Gibson adotta ufficialmente i pickups Humbuckers progettati da Seth Lover e 3496 giorni prima della pubblicazione di Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band dei Beatles.

Appassionato di musica fin dalla primissima infanzia in seconda media acquistai da un amico, per la cifra di 8.000 lire, la mia prima chitarra, una EKO similjazz in purissimo compensato simillegno, inclusi fodero in similpelle e manuale per imparare la chitarra in 24 ore.

Ricordo che all’epoca praticamente tutti avevano una chitarra e la maggior parte si cimentava con lo studio dello strumento, per abbandonarlo in massa dopo poco tempo.
Avevo però idee più ambiziose, imparare la chitarra elettrica, frequentare una scuola di musica, formare un gruppo, diventare famoso.

Con questi sogni nel cassetto il passo seguente fu una Hofner semiacustica, corredata da un amplificatore valvolare Binson 20w (che mi fu purtroppo rubato alcuni anni dopo) il tutto acquistato usato per complessive 60.000 lire.

Le scuole di musica spuntavano come funghi, bastava sceglierne una, creare un gruppo era semplicissimo, bastava prendere un paio di amici, costringerne uno a comprarsi un basso e ad imparare a suonarlo, un altro a fare da cantante/percussionista/armonicista, guardarsi intorno, trovare un tastierista e un batterista. Il gruppo era fatto.

Ormai alle superiori mi resi presto conto che i miei studi non mi permettevano di riprodurre la musica che preferivo, Hendrix, Cream, Deep Purple,Led Zeppelin ecc. suonavano in modo diverso da ciò che studiavo a scuola.

L’abbandono dell’Accademia, l’acquisto di una Fender Stratocaster Blonde 1972, 325.000 lire fodero Polverini incluso, le prime apparizioni a qualche festa scolastica e in qualche oratorio, il completamento della strumentazione con un paio di pedali, Wha e Fuzz ed una Gibson Les Paul DeLuxe Goldtop, sempre del 1972, costituirono il trampolino di lancio non per una brillante carriera discografica, bensì per una passione per la chitarra come oggetto in sé che non mi avrebbe più abbandonato.

A metà degli anni ’70 fui travolto da un’ondata di passione che coinvolse tutti, quella delle Radio Libere, un po’ perché la prima radio milanese fu aperta nell’appartamento sopra o a fianco quello di mia nonna (non ricordo esattamente), in via Rosellini, e, fortunatamente per lei, ci rimase poco tempo prima di trasferirsi in uno spazio più consono, un po’ perché la mia passione per la musica e la mia voce (migliore di oggi che ho perso una corda vocale) mi portarono ad essere richiesto in alcune delle radio nascenti.

Fu un periodo straordinario, di grande libertà, improvvisazione e grande coinvolgimento del pubblico, ben diverso dall’evoluzione attuale, dove le Radio private sono diventate sterili, stereotipate e soffocate dai gruppi editoriali.

Dopo il militare andai a lavorare in un ufficio ma mi resi subito conto che io volevo un lavoro che fosse a stretto contatto con la musica e lo ottenni, non senza essermi rimesso completamente in discussione e aver affrontato studi impegnativi.

Negli anni ’80 la mia passione per la chitarra si acutizzò ed iniziai a prendere in considerazione sempre di più gli strumenti Vintage, anche se, paradossalmente, il primo strumento d’epoca che acquistai, in un noto negozio specializzato milanese, si rivelò nel tempo un completo BIDONE.

Fortunatamente, sempre nello stesso periodo, iniziai a recarmi spesso negli Stati Uniti per lavoro e li ebbi modo di conoscere tanti veri appassionati, sempre pronti a supportarti e fornirti consigli spassionati, e tanti negozi ben forniti con personale competente.

Credo di non aver acquistato più uno strumento in Italia fino alla soglia del nuovo secolo. Come tutti gli appassionati si vive di periodi, spesso legati alla musica che si ascolta.

Quindi negli anni ’80 la mia passione fu abbastanza concentrata sulle chitarre Archtop e Semiacustiche.
Negli anni ’90 e la prima parte del 2000 sulle Stratocaster, di ogni colore e variante possibile e immaginabile ed in seguito, alla soglia dei 50 anni di età a Gibson.
Ricordo sempre le parole di un noto collezionista che mi disse “vedrai che dopo i 50 passerai a Gibson”.

Il tutto inframmezzato qua e la da strumenti moderni che attiravano la mia curiosità come, ad esempio, le chitarre Steinberger, le Music Man del periodo di Leo Fender, le prime PRS, i Custom Shop del primo periodo, le chitarre di liuteria.

Oggi la mia collezione è composta principalmente di Gibson, poi Fender, poi liuteria artigianale (ultimamente con un occhio di riguardo all’Italia) e di una sezione acustica, principalmente Gibson e Martin Pre o immediatamente Post-War.

Mi sono sempre tenuto ai margini, soprattutto del movimento Vintage Italiano, stando parecchio tempo all’estero e acquistando quasi sempre fuori italia, ogni tanto buttavo l’occhio al Second Hand Guitars di Milano, finché non fui invitato a esporre a un’Hendrix Day diversi anni fa, dove ho incontrato e conosciuto un numero cospicuo di espositori competenti e appassionati ed un pubblico di altissimo livello e da lì ho iniziato a propormi anche in altre manifestazioni.

WHY VINTAGE?

Due sono fondamentalmente i motivi che mi hanno spinto sempre di più verso il Vintage.

Uno è abbastanza semplice. Buona parte della produzione attuale è orientata a replicare strumenti del passato. Man mano che ho affinato la mia collezione mi sono sempre più avvicinato agli strumenti originali. Per farla semplice, se puoi avere un quadro d’autore, perché comprare una stampa?

L’altro è un po’ più complesso, legato alle percezioni sensoriali, sonore soprattutto, ma anche tattili, olfattive, ecc.

Per cercare di dare una spiegazione all’EFFETTO VINTAGE, senza addentrarmi in disquisizioni su legni, metalli e quant’altro, mi rifaccio alle parole di un noto produttore musicale, Rick Rubin, che parla del lavoro in studio in un’intervista a Music Angle:

“La maggior parte degli studi di registrazione in cui lavoro sono stati costruiti negli anni ’50 o ’60 ed hanno un suono eccezionale. Gli studi moderni invece hanno un sound orribile. E non è solo questione di apparecchiature, è proprio la stanza stessa. E’ un po’ come è successo con il CD. Oggi questi posti sono tutti approntati secondo determinati criteri. Una volta invece erano costruiti da persone con un buon orecchio, che riuscivano, quasi per magia, con fumo e specchi, a dargli un sound ottimale. Ora è tutto generato dai computer. E’ tutto oggettivamente perfetto, ma non c’è feeling…”

Molto più diretto ed eloquente Keith Richards “Una volta si suonava in diretta, tutti in una stanza, un microfono per la ripresa, ed il suono che ne usciva era pieno, imponente. Oggi solo per la batteria si usano una miriade di microfoni tutti perfettamente bilanciati ed il suono che ne esce ricorda quello di uno che caga su un tetto di metallo”.

Il concetto è tutto qui e può essere riportato pari pari al mondo delle chitarre, dei bassi, degli amplificatori, degli organi, dell’ Hi Fi ecc. ecc.

Oggi c’è il vantaggio che con pochi euro si può acquistare uno strumento ben costruito e che suona in maniera più che soddisfacente, ai miei tempi le differenze erano abissali tra uno strumento di qualità e uno economico, come ascoltare un disco su un impianto di ottimo livello o sul diffusissimo stereo di Selezione.

Da quando, negli anni ’50, il mondo della chitarra iniziò ad industrializzarsi, la ricerca della massima qualità, come veicolo pubblicitario unico e inconfutabile, lasciò lentamente il posto all’ottimizzazione dei costi industriali ed al marketing.

Questo purtroppo portò ad un lento ed inesorabile deterioramento qualitativo e standardizzazione del prodotto finale.

Ho avuto la fortuna di provare e a volte possedere tantissimi strumenti vintage e, per fare un esempio, della trentina di Les Paul ‘Burst che ho avuto in mano nessuna suonava come un’altra.

Uno degli aspetti che più mi affascinano del vintage (e dell’audio in generale) è proprio questo fatto che gli strumenti che hanno avuto successo, esprimono una personalità unica e, naturalmente, IMPERFETTA.

Perché, come dicevano il mio professore di Elettronica applicata in campo audio e un grande ingegnere giapponese scomparso purtroppo da poco “al nostro orecchio se un suono è troppo preciso e perfetto, non piace”.

Furio Pozzi (The Vintage Choice)

INFO : www.facebook.com/thevintagechoice/

APPROFONDIMENTI MENSILI

2020-03-12T13:55:55+01:00